Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.
Quando il mare si ritira lascia un odore di ferro dolce, come se la riva avesse sanguinato piano. Io lo sento prima degli altri, prima che il vento cambi e la pineta cominci a sussurrare con le sue aghifoglie. Vivo ai margini, dove la strada asfaltata finisce in sabbia e canne, e le case si fanno rade come denti vecchi. Da qui si vede la città soltanto come una riga grigia, lontana, e la sera pare un falò che non scalda. Da due mesi torno ogni giorno alle vasche di sale abbandonate. Non ci lavora più nessuno: le chiuse sono arrugginite, i muretti hanno crepe da cui spuntano ciuffi d’erba salmastra, e i fenicotteri hanno ripreso possesso del silenzio. Io, invece, ci vengo per mio padre.
È rimasto a letto con un respiro corto, che fa fatica a trovare la sua misura. Non è malato in modo eroico: si spegne come si spegne una lampadina, senza rumore. Ogni tanto mi guarda e sorride, ma negli occhi ha quel vuoto lucido che hanno le finestre dopo un temporale. In casa, l’aria si è fatta stretta. Non ci sono più parole che bastino, e quelle che rimangono mi sembrano secche, senza linfa.
La prima volta che sono arrivato alle vasche, mi sono tolto le scarpe. Il fango tiepido mi ha accolto con una pazienza antica, e mi ha succhiato via le ansie come una spugna. Ho camminato finché il sale, in croste sottili, ha cominciato a scricchiolare sotto i piedi. In un punto, vicino a un canneto, ho visto un’alga verde scuro disegnare una spirale nell’acqua ferma. Sembrava una scrittura. Non ho pensato a miracoli, ma ad un invito a restare ed ascoltare.
Da bambino seguivo mio padre qui. Lui lavorava in porto, e quando poteva ci portava fuori, “a respirare”, diceva. Mi insegnava a riconoscere gli uccelli dal modo in cui tagliavano l’aria. “Il vento non è aria che passa,” ripeteva, “è una mano che sposta le cose e le rimette al loro posto”. Allora mi sembrava una frase da adulto. Adesso mi pare un’istruzione.
Quando la sera rientro, lui mi chiede com’era il mare. Io rispondo: uguale, e mento. Perché il mare non è mai uguale, e io nemmeno. Ogni giorno torno con il sale sulle caviglie, e mia madre scuote la testa come se avessi portato dentro casa una parte di disordine. Poi mi prende la giacca e la stende fuori, dove l’odore si disperde e diventa innocuo.
Il terzo giorno, alle vasche, ho portato con me un barattolo. Dentro c’era un po’ d’acqua che avevo raccolto al mattino, quando mio padre aveva tossito e non riusciva a calmarsi. Non so perché l’ho fatto: forse per paura, forse per superstizione. Ho riempito il barattolo dalla caraffa che avevamo sul comodino, e mi sono detto che quell’acqua era passata nella sua gola, si era mischiata al suo respiro, era diventata una cosa nostra.
Sono arrivato al bordo della vasca più grande, dove il sole batte fino a tardi e l’acqua si fa specchio. Ho sollevato il coperchio e ho versato lentamente. Non è successo nulla di visibile. Solo, nell’aria, ho sentito un piccolo scatto: come quando si apre una porta che non si usava da tempo.
Ho cominciato ad addentrarmi con un gesto preciso. Prima di entrare nel fango, tocco un palo di legno piantato nella terra. Non regge più nulla: è un resto di recinzione. Ma il legno, caldo al sole, mi restituisce una certezza. Poi cammino in silenzio fino al canneto. Lì mi fermo. Il vento passa tra le canne e tira fuori suoni diversi: a volte è un fruscio sottile, a volte un colpo secco, come uno schiaffo lontano. Se chiudo gli occhi, quel suono diventa un alfabeto.
Non parlo con gli alberi, non come nelle favole. Io ascolto. E mentre ascolto, mi accorgo che anche loro, in qualche modo, mi misurano: la frequenza del passo, il peso del pensiero, la febbre che porto addosso.
Una mattina ho trovato un ramo di pino spezzato, caduto chissà quando. Era pieno di resina, e la resina brillava. L’ho raccolto e me lo sono passato sulle dita: appiccicava e profumava di sole e di ferita. Ho pensato al corpo di mio padre, alla pelle che si assottiglia, alle vene che sembrano radici rovesciate. Ho pensato che noi non siamo separati: siamo soltanto più lenti a capirlo.
Quel giorno, tornato a casa, gli ho pulito le labbra con un panno bagnato. “Sa di mare”, ha sussurrato. Non l’avevo detto a nessuno, che il sale mi restava addosso. Eppure, lui lo sentiva. Forse non era un fatto straordinario: forse è normale che chi sta andando via diventi più sensibile alle cose essenziali.
La settimana seguente è arrivata una mareggiata. Il vento ha buttato giù una parte del canneto e ha portato detriti nelle vasche: pezzi di plastica, alghe, legno marcio. Ci sono andato lo stesso, e ho visto il disordine. Per un attimo ho provato rabbia: come se qualcuno avesse sporcato un luogo che avevo scelto come rifugio. Poi ho capito che era la lezione più chiara: la natura non conserva, trasforma. Niente resta pulito, niente resta intatto, eppure tutto continua.
Ho cominciato a raccogliere i detriti. A uno a uno, senza fretta. Il sole era basso e arancione, mi scaldava la nuca. Ogni volta che tiravo via un pezzo di plastica, l’acqua sotto tornava a respirare. E io con lei. Mi sono accorto che la cura non è un sentimento, è un’azione ripetuta. È un ritmo.
Mentre lavoravo, un fenicottero è atterrato a pochi metri. Le zampe sembravano stecche, la testa una domanda. Ha guardato l’acqua, poi me. Non aveva paura. Non aveva nemmeno fiducia: era soltanto presente. Ho abbassato le mani, ho smesso di muovermi, e per qualche secondo siamo rimasti così, due corpi nello stesso spazio. Ho sentito la mia pelle raffreddarsi, come se l’aria mi stesse per entrare dentro. Ho sentito, sotto le costole, una vibrazione lenta, che non era solo il mio cuore.
Quando sono tornato a casa, mio padre dormiva. Mi sono seduto accanto a lui e ho appoggiato la mano sul lenzuolo, all’altezza del suo petto. Respirava a piccoli scatti. Ho cercato di non avere paura, e ho pensato al canneto dopo la mareggiata: piegato, ma vivo. Ho pensato che la resistenza non sia restare dritti, piuttosto, trovare una forma nuova.
La notte, ho sognato le vasche. L’acqua era scura, e dentro c’erano parole come pesci. Non parole da dire, ma parole da essere. “Restituisci,” dicevano. “Non trattenere”.
La mattina dopo, mio padre mi ha chiesto di aprire la finestra. Fuori, la pineta era bagnata, e l’odore di resina era forte. Ho aperto. L’aria è entrata come una cosa concreta, quasi un corpo. Mio padre ha inspirato e ha chiuso gli occhi. “Senti?”, mi ha detto. “Sì,” ho risposto, e per la prima volta non ho mentito.
Nel pomeriggio siamo usciti. Con la carrozzina, piano, lungo la strada che finisce nella sabbia. Mia madre ci seguiva con una coperta sulle braccia, come se potesse coprire anche il destino. Io spingevo e guardavo il cielo. Era pulito, tagliato da poche nuvole sottili. Arrivati alle vasche, ho fermato la carrozzina vicino al palo di legno che tocco ogni giorno.
Ho preso un pugno di sale dal bordo. Era umido, granuloso, freddo. L’ho messo sul palmo di mio padre. Lui ha chiuso le dita, lentamente. Ha sorriso come un bambino che riceve un regalo semplice. “È vivo”, ha detto. Non capivo. “Il sale”, ha aggiunto, “non è morto. Tiene insieme l’acqua e la luce”.
Il vento è passato tra le canne e ha portato un suono più pieno del solito. Mio padre ha sollevato la testa appena. Io ho avvicinato l’orecchio alle canne, come si fa con una conchiglia. Dentro quel fruscio ho sentito qualcosa che somigliava al suo respiro, ma più grande, più largo. Un respiro che non finiva nel petto di nessuno.
Non so descrivere ciò che è accaduto dopo senza sembrare un visionario. So solo che, per un attimo, non ho più percepito confini. La pelle delle mie mani, appoggiate al manubrio della carrozzina, ha sentito il legno, poi l’umidità dell’aria, poi l’acqua lontana, come se fossero la stessa cosa. Il sale mi è entrato nelle piccole crepe dei polpastrelli e ha bruciato. Quel bruciore era una firma: mi diceva che ero qui, in questo momento, in questo mondo, e che non ero solo.
Mio padre ha respirato più profondamente. Un’unica inspirazione lunga, come un’onda che arriva fino alla riva. Poi ha espirato. Non si è fermato lì, ha continuato, ma in un modo diverso: più lento, più leggero. Io l’ho guardato e ho capito che la sua paura stava cambiando forma.
Rientrando, non abbiamo parlato molto. In casa, mia madre ha messo a bollire l’acqua e ha preparato una tisana. Io ho lavato le mani, ma l’odore di mare non se n’è andato. Non volevo che se ne andasse. Quella notte, seduto accanto al letto di mio padre, ho capito cosa avessi cercato alle vasche: non una salvezza, ma un patto.
I giorni seguenti non sono stati facili. La debolezza cresceva, il respiro tornava a spezzarsi. Ma ogni volta che potevo, lo portavo fuori. Anche solo fino al cancello. Anche solo a guardare la pineta. Gli raccontavo dei fenicotteri, dei canneti che ricrescevano, delle croste di sale che il sole asciugava come pelle nuova. Lui ascoltava e, a volte, chiudeva gli occhi come per immaginare meglio.
Una mattina, senza preavviso, ha voluto che gli mettessi tra le dita il ramo di pino con la resina, quello che avevo conservato. L’ha annusato e ha sorriso. “Portalo là”, ha detto, “dove ascolti.”
Sono andato alle vasche da solo. Ho piantato il ramo nel fango, vicino al canneto. Non era un seme, non sarebbe diventato un albero. Era un gesto, e basta. Ma mentre lo facevo ho sentito che ogni gesto lascia un segno, anche se non lo vediamo. Ho bagnato il ramo con un po’ d’acqua della vasca. Il sale si è attaccato alla resina e ha fatto una crosta brillante.
Quando sono tornato, mio padre dormiva. Nel tardo pomeriggio si è svegliato e mi ha guardato come si guarda qualcuno che si vuole salutare senza spaventarlo. “Non trattenere”, ha sussurrato, e la frase era la stessa del sogno. Ho annuito. Non avevo più bisogno di capire da dove venisse: era entrata in me, come entra la luce in una stanza.
È morto due giorni dopo, all’alba. Fuori la pineta era ferma, senza vento. Ho aperto la finestra lo stesso. L’aria è entrata e ha fatto tremare appena la tenda. Ho pensato alle vasche e al sale che tiene insieme l’acqua e la luce. Ho pensato che la morte non sia un taglio netto, bensì un passaggio di sostanze: ciò che era respiro diventa vento, ciò che era voce diventa fruscio, ciò che era pelle diventa terra.
Quel pomeriggio sono tornato alle vasche. Ho toccato il palo di legno. Ho camminato scalzo. Il canneto, piegato dalla mareggiata, stava rialzandosi. Ho trovato il ramo piantato nel fango: era ancora lì, con la sua crosta brillante. Intorno, l’acqua era calma e rifletteva il cielo. Ho chiuso gli occhi e, per la prima volta, ho pianto senza vergogna.
Le lacrime, cadendo, sciolsero un granello di sale sulla mia mano. Prima il bruciore, poi la calma. In quel punto esiguo in cui il mio corpo si confondeva con il mondo, compresi che la rinascita non è un ritorno a ciò che eravamo, ma l’accettazione di lasciarsi attraversare. È imparare a essere un ponte: tra chi parte e chi resta, tra la terra e la nostra fragile volontà di cura.
Valerio Prosseda è un tecnico agronomo-forestale. La sua scrittura nasce dall’osservazione diretta dei sistemi naturali e del paesaggio, intesi non come semplice sfondo, ma come luoghi vivi di relazione, memoria e trasformazione. Nei suoi testi indaga il rapporto tra corpo, natura e fragilità umana, con particolare attenzione ai processi di cura, perdita e rigenerazione. Con questo racconto ha ottenuto il primo posto nella decima edizione del concorso Incrociamo le penne del 2025.
