In occasione della presentazione sul web di “Ladra di suoni”, opera prima di Elisa Pilia, l’autrice è stata intervistata da Matteo Porru, vincitore della 24esima edizione del Premio Campiello Giovani 2019 e inserito dall’inserto settimanale “D” di Repubblica fra i 25 under 25 più promettenti al mondo. Di seguito alcuni passi dell’intervista che può essere seguita qui nella sua interezza.


Fin dai primi testi che mi hai mandato, mi è rimasta impressa la tua enorme voglia di creare, il voler scoprire e scoprirsi, senza la paura di metterti  a nudo e di indagare i punti che potevano farti male. ”Ladra di suoni” è un romanzo molto bello e non solo per la storia in sé o per il modo in cui viene raccontato, ma perché, a parer mio, è un’opera prima che non resterà isolata. E allora la domanda è: perché scrivere?

Per me scrivere significa cura, ho cominciato a vederla in questa prospettiva già dalle elementari, quando attraverso i temi avevo la possibilità di evadere. Con il tempo è diventato fondamentale, basilare: ho capito che attraverso la scrittura avevo occasione di raccontare me stessa, è così che si è trasformata in una terapia. Inizialmente erano semplici fogli di carta affidati al mare, poi una storia, un racconto con dei personaggi che portavano a galla parti nascoste di me. Quando si scrive si tende a trasferire nel foglio tutte le angosce, le paure ma anche i sogni e i desideri; parliamo di noi anche se indirettamente, ricreiamo quello che vorremmo o che desideriamo essere. Quando ho incontrato difficoltà nel mio cammino si è rivelata la salvezza, permettendomi di indagare me stessa dall’interno. Con il tempo ho scoperto che scrivere significa buttare fuori tutto quello che ci fa stare male: il dolore si trasforma magicamente in semplici caratteri neri su una pagina bianca.

Hai usato la parola “cura” che io apprezzo molto, perché la scrittura insegna la cura, insegna a prendersi cura; scrivendo infatti ci preoccupiamo di vite che non esistono, ci prendiamo cura dei personaggi del racconto. Tu lo fai con una scrittura molto evocativa, sei in grado di trascinare il lettore dentro una situazione, di farlo entrare nella storia e di farlo immedesimare nei personaggi. Allora raccontaci del più importante: chi è Eiko, perché hai scelto proprio lei, chi è questa protagonista? Essere protagonista significa combattere in prima fila ed è forse per questo che sono proprio i protagonisti a farci emozionare: lottano come facciamo noi nella vita e, leggendo le loro storie, sembrano aiutarci nella nostra battaglia. In che modo Eiko combatte in prima fila?

Eiko è una piccola parte di me, come lo sono tutti i protagonisti dei miei racconti; non a caso i loro nomi iniziano con la lettera “E”. Quasi tutti ci ritroviamo, in alcuni momenti della vita, a dover combattere in prima fila; questo significa battaglia contro sé stessi e contro gli altri. Le guerre comportano ferite che spesso ci segnano in modo profondo, ci fanno sanguinare e il dolore, lo sappiamo tutti, fa paura. Quelle cicatrici però si riveleranno tasselli fondamentali, saranno i gradini necessari per crescere, per andare avanti. Eiko è impegnata in una battaglia importante: scoprire quali sono le sue radici, una ricerca che inevitabilmente porta a galla qualcosa di profondo, ma anche di estremamente doloroso.
La caratteristica che forse mi accomuna di più ad Eiko, e che mi ha portato a sceglierla come protagonista, è il suo voler rimanere se stessa senza preoccuparsi del parere degli altri: il pregiudizio porta le persone a fraintendere quello che siamo realmente, le loro visioni superficiali intaccano la nostra autostima causandoci sconforto, facendoci sentire sbagliati e inadatti. Spesso Eiko è descritta come una “maschiaccia”, amante delle attività tipicamente considerate maschili. Penso non ci sia nulla di male nel voler vestire i panni di un uomo, questo non pregiudica la nostra femminilità e non modifica necessariamente il nostro orientamento sessuale. Descrivendo questa particolarità di Eiko volevo abbattere questo pregiudizio, volevo diffondere una piccola luce nel buio di un tabù che dovrebbe essere superato. Questa è una delle battaglie di Eiko e questa è anche una mia battaglia.

Questo romanzo, sin dal titolo, è un romanzo di musica, di suoni. In che rapporto sono la storia che narri e la musica?

La storia è nata con la musica e con il mio amore per la musica, ho cominciato a scriverla circa un anno fa dopo aver sentito un brano che mi è stato inviato dalla persona che amo. Per tanto tempo lui ha avuto difficoltà a condividere con me la musica che gli piaceva, forse perché spesso questa rivela qualcosa di estremamente profondo, sembra quasi parlare di noi e delle nostre fragilità. Una sera però, senza alcun preavviso, decise di inviarmi un brano di musica classica contemporanea che mi ha permesso di vedere, con gli occhi dell’immaginazione, una fitta foresta bagnata dalla pioggia. Ho pensato che erano stati i suoni ad evocare in me quelle immagini, e in quell’istante, dentro di me, si è accesa la scintilla di questa storia.
La musica è anche un incredibile filo conduttore tra le persone, le collega senza bisogno di contatti, senza parole: proprio in quel periodo, preparando l’esame di didattica della musica, ho appreso che i neonati di pochi giorni sono in grado di riconosce le melodie che le mamme gli hanno fatto ascoltare poche settimane prima del parto, perché sono rimaste impresse nelle loro menti. La musica allora è diventata un filo conduttore tra due personaggi del racconto, capace di portare a galla i ricordi celati nei cassetti più remoti dell’inconscio della protagonista.

Parliamo del concetto di salvezza, che è presente in maniera rilevante nel tuo romanzo. Cosa vuol dire salvarsi all’interno della storia? Ma soprattutto, in che modo ci si salva? Da cosa ci si salva?

La salvezza è qualcosa di estremamente soggettivo, c’è chi per salvarsi cerca di uscire da una brutta situazione e chi ci si butta a capofitto. La salvezza è quello che crediamo possa farci stare bene, anche se non è mai uguale per tutti e molto spesso muta nel corso del tempo. In questa storia ho voluto sottolineare proprio quest’ultimo aspetto: inizialmente per Eiko la salvezza è uscire dalla “nera città”, ma poi, attraverso il linguaggio dei suoni, si trasforma nella ricerca delle sue radici, diventa la ricerca della donna preludio della sua esistenza; perché è impossibile iniziare il cammino nel mondo se non si sa da dove tutto ha avuto inizio.  Così nel racconto la salvezza diventa un’indagine sulla verità dei rapporti, sull’importanza dell’amore in una famiglia e sulla sua incredibile capacità di modificare il carattere di una persona irrimediabilmente. Diventa un imparare ad amare anche quando non si è ricevuto amore fin dalla prima infanzia e da salvezza diventa battaglia per acchiapparla, per raggiungerla.

Il tuo romanzo è stato pubblicato dopo che tu hai vinto un concorso letterario, quindi il tuo è uno di quei casi in cui si viene pubblicati per merito; sei stata scelta tra una platea di concorrenti. Perché hai deciso di rendere pubblica questa storia?

Eiko e la sua storia sono le prime ad essere state stampate ma non sono il mio unico personaggio e la mia sola storia scritta in questi anni. “Ladra di suoni” è nata con gli intenti che accomunano tutti i miei scritti: come ho detto il primo motivo per cui si scrive è salvare se stessi, però, con il tempo, mi sono chiesta se quello che scrivevo avrebbe potuto salvare qualcun altro. Ho pensato di dover provare perché tante volte l’inchiostro sulle pagine di un libro mi ha trasmesso un messaggio, spesso mi ha dato un insegnamento per andare avanti nel cammino della vita, ha illuminato come un faro l’oceano scuro e tormentato di alcune parti della mia esistenza. Ho pubblicato il libro e ringrazio L’Occhio di Horus per avermelo permesso, con la finalità di lasciare un messaggio capace di accompagnare qualcuno lungo la strada, capace di far riflettere. Vorrei potesse essere leggero e delicato come un soffio di vento che, accarezzando, ci lascia qualcosa senza che ce ne rendiamo conto.

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