Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.


Non c’è rimasto più niente.
Ci sono solo rimaste le luci accese nelle case, la quotidianità degli altri, quella immaginata, quella che puoi creare partendo da un’ombra, un movimento delle tende, il suono di una radio.
Non è rimasto più nulla. Non ho più una quotidianità, o almeno non ho più la quotidianità di prima. Sono chiusa in questo monolocale di 20 metri quadri e guardo dalla finestra. Guardo fuori tutto il giorno, tutti i giorni. Aspetto che la vita cambi.
Posso farlo solo dalla mia finestra, mentre guardo dentro la vita di altre persone, di altri individui, di altre voci. E così mi metto qua, seduta a terra con un cuscino, davanti al grandissimo specchio trasparente che è questa finestra e viaggio.
Invento storie per sentirmi meno sola nel mio appartamento in affitto che si affaccia sul corso.
Per sentirmi parte di qualcosa, invento.
Guardo dalla finestra e immagino.

****

Due persone, presumibilmente marito e moglie o fidanzati, ballano.
Dal nulla lui, che era seduto sulla poltrona della camera da letto, si alza e va verso di lei, sdraiata sul letto matrimoniale della camera più bella di tutto l’albergo. La camera ha colori chiari: avorio, rosa e crema. La luce soffusa della lampada vicino alla poltrona illumina la scena e la racchiude in un immagine perfetta, degna da cinema.

Sono una spettatrice intenta a seguire la storia dei due protagonisti, nel momento in cui loro, dopo una giornata sfiancante di visite a musei, pranzi in ristoranti tipici e passeggiate interminabili per le vie del paese, si riposano finalmente nel loro albergo.

Nonostante la voglia irrefrenabile di riposare e dormire, grazie ad un gioco di sguardi complici e che solo loro possono capire, il ragazzo si alza e corre verso di lei. La protagonista, dopo un tentennamento iniziale, si lascia andare tra le morbide braccia di lui. Le mani si toccano, lei mette una mano in quella del suo amato e l’altra intorno al collo, lui le cinge la vita. Una sinfonia di Chopin risuona nella stanza e loro danzano felici, inebriati dalla musica e dall’evidente amore che provano uno per l’altra.

Si guardano intensamente negli occhi, il tempo non sembra essere passato, si amano come la prima volta, quasi immersi in un incantesimo lungo anni, chissà quanti. Lei, con un’evidente trasporto, incrocia le mani dietro il collo di lui. È leggermente più bassa di lui, perciò ha bisogno di mettersi in punta di piedi per poterlo guardare meglio. Gli sussurra qualcosa all’orecchio: è felice, sta sorridendo come non mai. “Sono la donna più fortunata del mondo ad averti” sembra gli dica. Lui la stringe ancora più forte e si baciano.

La loro è una melodia armoniosa e maestosamente diretta.
Se potessero vivere così, in quel momento, lo farebbero per sempre.

***

Giacomo ritorna in questo albergo almeno una volta alla settimana. È già il terzo mercoledì che lo vedo.

Suppongo sia un uomo d’affari oppure ha qualcosa da nascondere, come uno sporco segreto dal quale cerca di scappare. Ho provato ad ipotizzare varie vite per lui ma nessuna gli si addice. Ogni volta che lo vedo sta seduto alla scrivania nella camera del secondo piano a destra ma non vedo esattamente quello che fa poiché le tende in quella stanza sono leggermente più spesse delle altre. Sta solo un giorno e poi va via, non ha nemmeno una valigia, solo una piccola ventiquattrore color cuoio.

A Giacomo viene assegnata sempre la stessa camera: magari è una persona conosciuta dai gestori de “Il vento di settembre”, soprattutto perché non credo sia possibile che una persona comune venga trattata con così tanta attenzione in un albergo a meno che non ci sia una conoscenza o amicizia di mezzo. Oppure potrebbe avere una relazione segreta con una persona all’interno dell’albergo. Ciò spiegherebbe perché viene sempre qui: sta tradendo la moglie. Mi rimprovero: non devo pensare sempre male. Giacomo potrebbe essere una persona talmente carismatica da riuscire a farsi amico tutto lo staff ma questa storia non mi convince, in realtà sembra molto timido.

Quando entra nella stanza la prima cosa che fa è togliersi le scarpe e accendere la luce. Arriva solitamente intorno alle 11:00 del mattino con una busta di plastica in mano: il pranzo e la cena di quel giorno. Dopodiché, dalla minuscola valigetta, tira fuori un computer e lo sistema sulla scrivania, non prima di averlo pulito con una salviettina umidificata. È quello che ha fatto questa mattina e sono rimasta affascinata dalla minuziosità con cui esegue questo semplice gesto.

Messo il computer sul tavolo, si è sfilato la giacca e l’ha appesa dentro l’armadio, sparendo poco dopo in bagno per qualche minuto – suppongo si lavi accuratamente le mani. Quando poi rientra nella stanza compie un specie di routine: gli oggetti che trova dentro la stanza, come cuscini, telefono, sedie e tv vengono spostati, leggermente girati o cambiati totalmente di posizione. Poi prende dalla valigetta un libro e lo sistema in mezzo al letto. Una scatola nera in mezzo a delle nuvole bianche. A quel punto può finalmente dedicarsi al suo amato computer, su cui rimane concentrato fino alle 20:00, staccandosi solo per il pranzo e qualche pausa bagno.

Anche oggi ogni pezzo della sua ruotine è stato rispettato, tranne per una cosa: il libro sul letto è stato aperto proprio a metà e lasciato lì. Ogni tanto si è alzato per mandare avanti alcune pagine ma niente di più. Questo mi ha insospettita ma mi ha fatto anche teorizzare una nuova ipotesi sull’identità di Giacomo.

Potrebbe essere uno scrittore, oppure aspirante tale. Perché viene qui in questo albergo ogni mercoledì? A casa sua, ogni giorno è un circo. Ha due bambini piccoli, gemelli, e ne combinano una nuova a frequenza giornaliera. Anzi, oraria. Per uno scrittore come lui c’è bisogno di silenzio, pace, concentrazione e ripetere ordinatamente tutte quelle azioni che lo tranquillizzano. Senza di esse, non riuscirebbe a scrivere nulla o, se ci riuscisse, sarebbe tutto da gettare nello scarico perché le regole non sono state rispettate. Bisogna rispettare le regole, altrimenti nulla ha più senso.

Sono le 20:30, l’uomo misterioso sta mangiando sul tavolino vicino alla poltrona, il computer è ancora acceso. Improvvisamente, Giacomo si alza di scatto e corre verso lo schermo del computer: un’idea geniale gli ha appena attraversato il cervello e deve per forza metterla nero su bianco. Oppure no?

Si sta alzando con il computer in mano e continua a tirare dei colpi con il palmo della mano in corrispondenza della parte laterale del PC. Corre su e giù per la stanza con passo nervoso e ansioso. Lo vedo poggiare il portatile sul letto e allontanarsi. Il computer e il libro sono due isole perse nel mare in burrasca e Giacomo un povero naufrago costretto a vedere terra come un qualcosa di inaccessibile, così vicina eppure così lontana. Si gira verso la finestra e apre le tende. Il suo viso è in penombra ma lo vedo disperato e che continua a dire qualcosa. Forse parla tra sé oppure è al telefono con qualcuno. Non capisco. Per sicurezza mi nascondo dietro la mia tenda, non voglio farmi vedere o far credere a qualcuno che io sia una guardona. Lo vedo rigirarsi verso il letto e mettere le mani sui fianchi.

La sua disperazione mi raggiunge quando lo vedo accovacciarsi a terra e iniziare a tremare. Cosa dovrei fare? Aiutarlo? Chiamare i soccorsi? Cerco il mio telefono e compongo il numero de “Il vento di settembre”.
– Buonasera, “Il vento di settembre”. Sono Anna, come posso aiutarla?
– Sì, salve. Vorrei segnalarle che uno dei vostri ospiti si trova a terra e sta tremando, non so cos’abbia. È un uomo, sulla cinquantina forse, capelli neri e arriva sempre con una valigetta. Qualcuno lo aiuti, credo stia avendo un infarto.
– Oddio… sì, certo, ho capito chi è. Ma lei come fa a saperlo?
Riattacco.

***

Al terzo piano dell’albergo, proprio di fronte al mio monolocale c’è una piccola camera, adatta solamente per una persona.

Quel pomeriggio, intorno alle 16:00, è entrata una ragazza. Sofia ha 25 anni, è alta e ha i capelli rossi come il sole estivo al tramonto. La sua criniera è magnifica e vaporosa, con riccioli che spuntano da ogni dove. È vestita leggera, porta un vestitino azzurro con le righe bianche e ai piedi delle Converse rosse. È stata accompagnata in camera dalla ragazza della reception, probabilmente quella che ha risposto al telefono il giorno in cui ho salvato la vita di Giacomo.

Sofia la ringrazia ma poi richiude la porta dietro di sé con la chiave. Si guarda intorno, è come se ispezionasse la camera in cerca di indizi o di qualcosa di curioso da vedere. Quando finisce il giro minuzioso, si volta verso le tende per chiuderle e vedo per la prima volta il suo viso in modo cristallino: bianco con lentiggini e occhi chiari, labbra color pesca e una catenina d’oro intorno al lungo collo.

Ci guardiamo: per la prima volta qualcuno mi vede e io non mi nascondo, ma anzi, ricambio lo sguardo finché una delle due non cede. Lei, guardandomi, ha un’espressione felice ma appena abbassa lo sguardo e chiude le tende la vedo estremamente triste e sofferente.

Purtroppo non la vedo più fino al giorno dopo intorno alle 11:30, quando apre le tende per far entrare un po’ di luce, ricacciandosi subito dopo a letto sotto le coperte. Non si muove fino alle 18:00, il momento in cui va in bagno e chiude nuovamente le tende. Anche questa volta ci guardiamo ma solo per un brevissimo istante.

La cosa è andata avanti così per 4 giorni. Non è mai uscita, mai alzata se non per qualche breve tappa al bagno. Non so nemmeno se abbia mangiato. L’ultima volta che l’ho vista stava chiudendo le tende. Mi stava guardando dritta negli occhi ed io volevo provare a chiederle se stava bene o se aveva bisogno di aiuto. Ma lei non mi stava davvero vedendo: i suoi occhi erano velati da un manto di indifferenza e apatia.

 Voleva diventare invisibile per l’umanità chiudendosi in un bozzolo di certezze, in una fortezza impenetrabile fatta dalla sua tristezza. Il giorno dopo non c’era più. Chissà che fine ha fatto Sofia.

***

A teatro, l’autore mette in scena pezzi di vita. Ed è così per me.
Questo albergo dà vita a dei dialoghi che avvengono solo nella mia mente con lo scopo di dar voce ai miei pensieri. L’autore, solitamente, mette un po’ di sé in ogni pezzo che crea. Stare davanti a questo specchio trasparente, tutto il giorno, significa vedermi in continuazione dentro. Guardare il mio riflesso costantemente.
Ora la mia vita è questo bozzolo tessuto di paure e ansie che mi sono costruita per impedirmi di vivere nel modo in cui vorrei. Perciò continuo a vivere attraverso le vite degli altri. Loro sono i miei attori.
Una pantomima fatta di maschere, indossate solo per nascondere i miei problemi, i dubbi che mi affliggono, le minacce che mi turbano ma anche i desideri più profondi che non riesco a controllare.
Io non mi sono salvata, ma forse loro sì.


Arianna Pinna è nata nel 1996 a Cagliari; nel 2016, per frequentare i corsi dell’Università IULM, si trasferisce a Milano, dove vive tuttora. Amante della scrittura, partecipa a diversi concorsi letterari e con questo racconto ha ottenuto  il terzo posto nella sesta edizione del concorso Incrociamo le penne  nel 2021.


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