Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.


29 settembre

Quest’anno l’autunno si è affacciato al mondo con sbuffi di vento gelido. Il blu chiaro di un cielo terso fa da sfondo alle prime giornate di stagione, mentre gli alberi si preparano al lungo inverno, sfoggiando una chioma già spruzzata delle prime lentiggini caduche.
Rebecca cammina senza fretta. Il suono lieve dei suoi passi risuona appena nel vicolo semideserto.
Il profumo umido del mare si insinua tra le vie, trasportato dalle raffiche di un vento insolente. Qualche insegna logora se ne lamenta infastidita, e cigolando, indica l’ubicazione di minuscole botteghe e caffè dall’atmosfera calda e accogliente. Di tanto in tanto, qualche stralcio di sole riesce a penetrare nello stretto corridoio tra le case, e le mura massicce si accendono d’oro e di luce.
Rebecca adora quel luogo: un intricato dedalo di viuzze districato tra decine di vecchie case in pietra, tutte pigiate una sull’altra. Il selciato liscio e consunto della strada tradisce l’origine antica del quartiere: l’intera zona riecheggia le voci di genti dimenticate.
L’aria salmastra le sferza il viso, tingendolo di un colorito rosso acceso. Rebecca si toglie il berretto e lascia che il vento giochi con i suoi lunghi capelli ribelli. Inspira forte, chiude gli occhi al cielo, e sorride leggera. L’aria frizzante del primo pomeriggio le mette il buon umore e per un momento si concede il lusso di essere felice.

Raggiunge la sua destinazione con la testa fra le nuvole, ma una volta giunta di fronte al locale scelto per l’appuntamento, le ombre del passato tornano a farle visita. D’improvviso, l’apprensione per le conseguenze della sua scelta la fanno ripiombare nella cupezza della realtà nella quale vive. Rebecca si ingobbisce d’istinto e infila veloce il berretto sul capo, pigiandolo quasi fin sopra gli occhi. Guardandosi attorno con fare schivo, incassa la testa nelle spalle come a voler nascondere il proprio viso nel colletto del giaccone.
Tutto a un tratto ha paura, una paura folle. La paranoia striscia nella sua mente, infettando ogni pensiero. Si sente esposta, osservata, nuda. Si morde un labbro nervosa; sta accadendo di nuovo e lei non riesce a reagire, non sa che fare. È terrorizzata, ha perso il controllo sul proprio corpo. Le gambe sono fuse con la strada, fatica a respirare, il suo cuore è come impazzito. Ha i palmi delle mani umidi e in bocca, un deserto di sabbia.
Scruta i dintorni con circospezione in cerca della minaccia che giustifichi l’improvvisa orribile sensazione di disagio. I suoi occhi schizzano sbarrati da un angolo all’altro della piazza, ma nessuno sembra far caso a lei. Le poche persone presenti camminano frettolose, senza alzare lo sguardo dalla strada. Non ci sono segni di pericolo, non c’è alcun segno della sua presenza.

Volta lo sguardo verso il bar; la propria immagine riflessa nella porta in vetro dell’ingresso la fissa con sguardo impaurito e guardingo. Nell’osservare quella piccola figura tremante, Rebecca rimane sgomenta. Ciò che vede è la sé stessa del passato: una Rebecca spaurita e tremante, una prigioniera, una vittima.
Un moto di rabbia le infiamma lo spirito, sciogliendo ogni resistenza e timore. Rebecca si raddrizza con vigore e guarda il suo riflesso dritto negli occhi. “Io ti ho fatto una promessa. Io non mi arrendo. Io non ho paura”. Più determinata che mai, posa una mano sulla maniglia e si concede un lungo sospiro. “Il mio futuro mi attende”.
E così dicendosi, attraversa la porta con slancio.

Appena dentro, viene accolta dal caldo tepore del locale. Si guarda attorno un pochino in imbarazzo, il bar è parecchio affollato. Nota con sollievo che il suo tavolino preferito è ancora libero e sorride compiaciuta: dev’essere opera di Luca. Lo cerca tra le decine di teste galleggianti presenti, e lo trova che sta servendo a un tavolo.
Appena la vede, Luca le rivolge un gigantesco sorriso gentile. I loro occhi si incontrano e per un momento Rebecca sente qualche cosa sciogliersi al livello del cuore. «Rebecca, sei in anticipo! Vieni, sono riuscito a tenerti il tavolo all’angolo, quello che ti piace tanto!» la prende per mano, e la guida lungo il locale affollato.
Rebecca lo segue come imbambolata, sul viso un’espressione inebetita e felice. Gli stringe forte la mano, lui le sorride complice. «Eccoci arrivati, ordina pure tutto ciò che vuoi, oggi sei mia ospite!» Le carezza delicato il viso, e avvicinandosi quel tanto che basta per posarle le labbra ad un orecchio, sussurra in un soffio: «Abbi pazienza, stacco tra una mezz’ora… e finalmente sarò tutto tuo!» le fa l’occhiolino, e prima di tornare al suo lavoro le infila una viola tra i capelli.

Rebecca siede al tavolo; il viso incorniciato dalle mani affusolate, la testa piena di pensieri e i capelli adornati di dolcezza. Osserva Luca con sguardo trasognato. Si sente bene. Dopo tanto tempo, si sente incredibilmente bene. Il cuore le scoppia di gioia, non si era mai accorta di quanto l’Amore fosse semplice e meraviglioso.
Il suo animo trabocca di coraggio e determinazione, timore e inquietudine: seduta in quel caffè, Rebecca sta compiendo il suo personale atto di ribellione. Una presa di posizione contro tutto quello che ha subìto, contro le botte e gli insulti, contro una pretesa di controllo sulla sua vita e sulla sua persona. Ogni cicatrice, è un segno indelebile della sua forza. In quel suo piccolo angolo di mondo, Rebecca si apre finalmente alla vita.
Amata e innamorata.

02 ottobre

Un ultimo colpo di spazzola e sono pronto.
Sorrido soddisfatto al mio riflesso: lo specchio mi restituisce l’immagine di uomo rispettato e rispettabile.
Ripongo i miei oggetti con cura e do un’occhiata all’orologio: sono in perfetto orario.
Indosso il cappotto e preso il portafoglio e il cellulare, mi dirigo alla macchina.
C’è un tempo terribile fuori, un maledetto vento burrascoso sembra spazzare via ogni cosa. Cerco di proteggermi come posso, affretto il passo.
«Ehi Carlo, come butta? Ma dove vai con questo tempaccio, solo un pazzo metterebbe il naso fuori casa!»
Mi fermo con un certo fastidio, inspiro forte e mi costringo alla calma: possibile che abbia la sfortuna di incrociare quell’imbecille del mio vicino ogni volta che esco di casa? Nascondo il disappunto sfoggiando uno dei miei sorrisi migliori: «Carissimo, che piacere! Guarda, non me lo dire… purtroppo ho degli impegni di lavoro a cui non posso assolutamente rinunciare».
L’idiota solleva le mani al cielo, mi sorride ottusamente: «Ah, caro Carlo, al mondo servirebbero molte più persone come te! Buon lavoro allora, e dai a un bacio a Rebecca da parte mia, è un po’ che non la vedo!»
«Sì, è dovuta andare da sua madre… ma le porterò i tuoi saluti, grazie».
Mi fiondo in auto. L’ho scampata per un pelo, quando quello attacca bottone non mi molla più!
Accendo la macchina e attendo qualche minuto per far scaldare il motore.

Volgo lo sguardo al mare, che impetuoso si agita e si contorce, urlando al mondo tutta la sua furia. Grosse onde nere vorticano contro un cielo plumbeo, mentre le prime rabbiose gocce di pioggia si schiantano contro il parabrezza della mia auto in manovra.
Per l’intero tragitto mantengo una guida lenta, rimango scrupolosamente entro i limiti. Non ho alcuna fretta, voglio assaporare ogni minuto di questo pomeriggio, gustarne ogni momento. Fuori, c’è l’apocalisse in corso: le raffiche di vento si sono fatte più violente, abbattono al suolo secchiate di pioggia gelida. Parcheggio l’auto e mi incammino tranquillo verso il quartiere vecchio della città. Ogni mio movimento è lento e calcolato, mi piace avere e mantenere il controllo. Sono l’unico uomo errante, contro la furia degli elementi.
A causa di qualche tombino intasato, le strade si allagano velocemente costringendomi ad allungare il percorso di qualche minuto. La cosa mi infastidisce non poco, io detesto questa zona della città. Il puzzo di muffa e fogna mi riempie le narici di disgusto, le vecchie case in pietra emergono nere e lugubri dal pantano di un passato trascurabile. Con qualche difficoltà raggiungo il caffè, sono bagnato fradicio ma non importa: il mio momento è giunto.

Una volta dentro vengo travolto da un chiasso assordante, mi faccio faticosamente strada tra la massa di persone accalcate. Noto con piacere che il tavolo all’angolo è rimasto ‘miracolosamente’ libero, e sorrido constatando l’esattezza delle informazioni in mio possesso: tutto sta andando secondo i piani.
Ordino un macchiato al banco, raggiungo il tavolino in questione e mi metto comodo. Cerco il mio avversario tra i camerieri sgambettanti del bar e lo trovo che sta sparecchiando un tavolo. Bevo il mio macchiato con calma.
Attendo paziente il momento opportuno per compiere l’atto conclusivo di questa partita. Prendo la banconota scelta per l’occasione, la piego in una metà precisa e vi infilo il mio personale messaggio speciale.
Quel babbeo non si è nemmeno accorto della mia presenza, è troppo occupato da una sorprendente mole di lavoro schiamazzante. Lo guardo annaspare tra le ordinazioni e le tazzine sporche. Passa una mezz’ora, e noto con piacere che il suo atteggiamento comincia a farsi più nervoso. Godo nel guardare la ripetitività paranoica dei suoi movimenti: controlla l’orologio, poi il cellulare, infine lancia un’occhiata all’ingresso.
La sta aspettando, è evidente. Il poverino porta avanti la ridicola speranza di un amore impossibile, è del tutto ignaro della sua sconfitta. Il viso mi si apre in un ghigno soddisfatto: Rebecca non si presenterà all’appuntamento. Né oggi, né mai. Mi crogiolo nell’estasi della mia onniscienza, e mi sorprendo divertito nel provare una sorta di dispiacere nei confronti di quel tipo.

Ma non è tempo di lasciarsi andare a sentimentalismi inutili, finalmente si volta nella mia direzione. Non appena i nostri sguardi si incrociano, un intero vassoio pieno di bicchieri gli cade rovinosamente a terra. Lui non se ne cura, mantiene lo sguardo fisso sul mio viso.
Molto bene, ora è il mio turno. Sorrido beato, mi alzo e lo raggiungo. Mi piazzo di fronte a lui, occhi negli occhi. «Buongiorno. Sei Luca, vero? Tieni, pago un macchiato.» gli porgo la banconota da 5 euro, accuratamente piegata a metà. Lui mi squadra con gli occhi sgranati, ha una ridicola espressione a metà tra l’apprensione e l’ira. Lo guardo con gentilezza, provo quasi pena per lui: «Tieni pure il resto. Consideralo un premio di consolazione!» e così dicendo, mi allontano vittorioso.
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Carlo esce dal locale con calma, un sorriso soddisfatto gli deforma il volto.
Tra le mani tremanti di Luca, una violetta appassita color del sangue.


Enrica Donini, nata a Trento nel 1991, vive in un piccolo paese incastonato nelle Dolomiti di Brenta. Ama i libri e adora viaggiare e non è una coincidenza che le due cose siano profondamente interconnesse: tra i suoi ricordi più preziosi ci sono le sue esperienze di viaggio, alcune delle quali vissute attraverso le pagine ruvide di un buon libro. Inizia a scrivere nel 2017 e non ha più smesso, un po’ per diletto e un po’ per vera e propria necessità. Con questo racconto ha vinto l’edizione 2020 del Concorso Letterario Nazionale “Incrociamo le penne”.

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