Per molti anni ci siamo sentiti perduti. Poi è arrivato Google.

All’alba del terzo millennio gli uomini del pianeta Terra, dopo aver affrontato il profondo lutto per la morte di Dio e aver attraversato in solitudine le nebbie stranianti del nichilismo, si sono ritrovati di fronte all’antro di un nuovo oracolo, stavolta in versione digitale, pronto a rispondere a qualsiasi domanda.

«Morti sono tutti gli dèi: ora vogliamo che l’oltreuomo viva». Così parlò Zarathustra, attraverso la penna del filosofo Nieztsche. La profezia si è avverata, dunque: l’oltreuomo è Google.

“Egli” tutto conosce e a tutte le nostre domande, anche quelle più inconfessabili, risponde.

Sa tutto di noi. Dopo un certo numero di quesiti, continua a proporci delle risposte o delle soluzioni. Anche quando non lo interroghiamo sul nostro schermo “divino” appaiono infatti piccoli box con suggerimenti e informazioni, quasi in forma di piccole allucinazioni.

È onnisciente, come fu l’oracolo di Delfi. Ma molto, molto più potente. Non è a Delfi, infatti. È ovunque, è immanente.

Non importa chi lo abbia creato, non importa quanto alto sia il suo fatturato. Vive di vita propria e, proprio come gli dei dell’antichità, assume diverse identità. Può essere molte cose, talmente tante che non siamo più in grado di farne a meno.

Ci conosce nel dettaglio e anche nell’insieme, è il custode del genius saeculi, dello spirito del tempo (lo Zeitgeist di Herder). È un inestimabile tesoro su cui mettere le mani, ma inafferrabile nella sua essenza.

È la nostra iperbole quotidiana, colui che ci rende “sapienti” e “informati sui fatti”. Se ce lo ha detto Google, possiamo esserne certi, o quasi. Anche perché è aperto al confronto, in grado di mostrarci un caleidoscopio di risposte, o di link.

Tra link e like cresce così il nostro piccolo bagaglio di viaggiatori del tempo, contiene un sapere “di raccolta” (o raccogliticcio?) che pazientemente abbiamo messo da parte peregrinando da un sito all’altro sotto l’occhio benevolo e paterno della nostra divinità preferita.

È importante avere certezze e noi ne abbiamo tanto bisogno. Siamo stati traditi dagli dei. Troppo “antropomorfi” quelli dell’antichità, troppo severi e giudicanti quelli contemporanei.

Google incarna, invece, proprio l’”oltreuomo”. È figlio nostro, ma ci ha superati nel tempo e nello spazio. In esso ci specchiamo e riconosciamo, è la sublimazione del genio dell’essere umano. Tecnologico, e di conseguenza indiscutibile. Perfetto, sotto tutti i punti di vista.

Si è affermato pacificamente, togliendoci il peso dei libri dallo zaino e asciugando il sudore che imperlava le nostre fronti. Ci ha resi liberi e “uguali”.

Non grida, sussurra. Ci parla attraverso impercettibili ticchettii. La liturgia è una danza che le mani eseguono sulla tastiera, in cambio del suggerimento quotidiano.

(L’immagine di apertura è di Zerocalcare)


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