di Silvia Rossetti e Michele Rucco

Fra cento anni, d’altronde (…) le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso”.

Così scriveva Virginia Woolf nel 1929 in “Una stanza tutta per sé”, saggio con il quale la scrittrice ripercorreva la storia letteraria al femminile. E aggiungeva: “Sarebbe un gran peccato se le donne scrivessero come gli uomini, o vivessero come loro, o assumessero il loro aspetto; perché se due sessi non bastano, considerando la vastità e la varietà del mondo, come potremmo cavarcela con uno solo? L’educazione non dovrebbe forse sottolineare e accentuare le differenze, invece delle somiglianze?

Ebbene, i cento anni sono trascorsi e la fruttivendola, in effetti, guida anche la macchina. I nodi evidenziati nel saggio della Woolf però non sono ancora stati sciolti, né in ambito letterario, né altrove.  La “protezione”, assunto in base al quale le donne erano equiparate a tanti figli di un dio minore e per il quale era sempre qualcun altro a prescrivere loro come essere e cosa fare nella vita, questo cardine ancestrale universalmente condiviso, oggi sembra essere venuto meno e le donne non incarnano più il sesso “protetto”, almeno apparentemente. Rispetto al secolo scorso abbiamo assistito a grandi cambiamenti e a tante evoluzioni, tuttavia le femmine del genere umano continuano a vivere con un certo disagio la propria identità.

Il tema è complesso e sarebbe riduttivo liquidarlo con la classica contrapposizione fra i sessi:  è questa una dicotomia che banalizza la questione e diviene fuorviante, la rende grottesca e approssimativa, e che in fin dei conti ha un che di macchiettistico, da usare per celare la difficoltà a relazionarsi fra persone diverse, a rapportarsi con l’altro da sé e che spinge a rendere elettivo il legame con i propri simili.

Donna non si nasce, lo si diventa”, diceva la filosofa francese Simone de Beauvoir  ed è vero come è vero per l’ebreo, per il “negro”, per tutta l’infinita serie dei “diversi”, che non nascono tali, ma lo diventano nella costruzione sociale dei rapporti.  “Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo”, continuava Simone de Beauvoir e non esitava a chiarire: “È l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna”. E, in effetti, col trascorrere del tempo noi donne ne abbiamo avuto consapevolezza.

Ci siamo guadagnate con fatica e sacrificio spazi più ampi e, in qualche caso, ruoli di primissimo piano. Nei giorni scorsi i quotidiani nazionali hanno parlato di donne come Marta Cartabia, giurista, prima Presidentessa della Corte Costituzionale e oggi Ministra della Giustizia del Governo Draghi, Antonella Polimeni, medico e rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, Anna Grassellino, scienziata alla guida del Superconducting Quantum Materials and Systems Center del Fermilab di Chicago. Esempi di donne che hanno avuto successo, donne che hanno vinto la loro battaglia di persone in grado di emergere nel loro settore per capacità e competenze.

Al loro fianco donne meno note o nascoste nelle pieghe della cronaca, come Franca Viola, la prima a rifiutare il matrimonio riparatore, come Lea Garofalo e Rita Atria che pagarono con la vita la volontà di dissociarsi dal regime mafioso, come le decine che hanno denunciato i loro “protettori” per uscire dal giro della prostituzione, come le centinaia che hanno denunciato e denunciano i loro stupratori o i loro compagni violenti. Esempi di donne che non sempre hanno avuto successo, donne che comunque hanno condotto la loro battaglia nel nome della libertà e della dignità del loro essere persone.

E le altre? A che punto sono le altre? Molte di noi restano incastrate in ruoli anacronistici, oppure schiacciate da quelle “mezze ostilità” che cominciano spesso proprio in seno alle famiglie. Il termine più abusato è ancora “protezione”. In questo la profezia della Woolf non si è realizzata del tutto.

Sotto il nome di “protezione” sono passate (e passano) nella vita delle donne le peggiori insidie. Spesso la protezione è un mero pretesto, un paravento dietro il quale si celano pregiudizi e, in alcuni casi, ci nascondiamo anche noi, perché la confortevole ala dei nostri protettori ci fornisce solidi alibi e scatena indignazioni posticce, prive di consistenza.

Chi alla protezione ha rinunciato davvero e profondamente, ha dovuto affrontare, oltre alle difficoltà, alle ostilità e spesso alle violenze, anche le paure, quelle che appartengono alla nostra epoca e anche quelle più ataviche e remote. Nell’archetipo della specie, la femmina è soprattutto il “grembo” che assicura la riproduzione: nel ventre delle donne viene custodita la possibilità di attraversare il tempo fino all’eternità. Questo ci conferisce una strana forma di potere, spesso pieno di vincoli e frustrazioni, e una grande responsabilità, rispetto alla quale formuliamo dubbi e interrogativi.

Fare a meno della protezione del sistema arcaico significa ripudiare quel congenito senso di minorità che respiriamo da secoli, vuol dire rompere gli equilibri. E quando si rompono gli equilibri, poi, si scatenano tempeste. Le donne che si sottraggono al “gioco della protezione”, sono spesso anche vittime di violenza, psicologica o fisica. Sono quelle che “se la sono cercata”, le stesse che spesso non trovano neppure il sostegno delle proprie simili, anzi trovano il vuoto attorno. Oppure labirinti che le portano poi nuovamente a invocare aiuto, magari alle forze dell’ordine, alle regole o alle leggi. E anche in questi casi si utilizza il termine “protezione” al posto di “giustizia”, o meglio ancora, di “equità”.

Siamo quindi ancora dentro, o appena fuori, agli invisibili recinti del sessismo, sopra i quali tentiamo di cucire i nostri desideri e le nostre aspirazioni. Ma non riusciamo a lasciarli neppure quando con veemenza li contrastiamo. Siamo ribelli o conformi, raramente libere.

E poi ci terrorizza ancora l’idea di rinunciare al corpo, o almeno di spostare l’asse della nostra orbita esistenziale. Il corpo delle donne rappresenta molte cose nell’immaginario collettivo; oltre al grembo materno, è seduzione e bellezza. Aspetti tra loro legati in maniera primordiale, ma oggi tra i molteplici sembra prevalere l’aspetto “estetico”, dal quale siamo fortemente condizionate, in alcuni casi ossessionate. Nel passaggio da archetipo a icona, non c’è vera emancipazione.

Dunque, sì: “Donne si diventa”. Ed è una metamorfosi complessa.



L’immagine di apertura è di Erik Johansson


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