Oggi, 8 Marzo, ricorre la Giornata internazionale dei diritti della donna, istituita dall’ONU nel 1977 per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto. Nell’era della tecnologia, attraverso internet e i social vengono diffusi non solo post pieni di mimosa, ma anche nuove forme di violenza che colpiscono soprattutto le donne; mi riferisco, in particolare al body shaming e al revenge porn.

Il body shaming

Il body shaming, che si può tradurre in italiano come “la derisione del corpo”, è una forma di discriminazione e di derisione che colpisce qualunque persona qualora il suo aspetto fisico non venga considerato aderente ai canoni estetici correnti. Particolarmente diffuso fra gli adolescenti, per via dei cambiamenti fisici legati all’età e del bisogno di identificazione sociale, viene amplificato dalla facilità di diffusione concessa dai social network, dove spesso sfocia nel bullismo e nel cyberbullismo.

È una forma di violenza che noi donne incontriamo tutti i giorni anche nel mondo reale: quando qualcuno giudica il nostro fisico, quando qualcuno giudica il nostro abbigliamento non consono alla nostra linea; quando dicono che il nostro vestito è troppo scollato o che il nostro seno  è troppo abbondante; quando ci rivolgono frasi come “ma quanto sei magra, mangia!” che risuonano come insulti; o semplicemente quando qualcuno ci guarda con disprezzo per aver indossato un pantaloncino in un’estate torrida senza avere lo stacco di coscia di Naomi Campbell; e via dicendo, gli esempi potrebbero essere infiniti, soprattutto se pensiamo ai commenti che vengono espressi nei social. Spesso, purtroppo, siamo proprio noi donne a fare body shaming tra di noi e, credetemi, è la forma peggiore che possa esistere.

Ed invece, ogni donna, ogni persona, è bella; ogni donna, ogni persona, ha diritto al rispetto; ogni donna, ogni persona, ha il diritto di presentarsi così, nel modo in cui più si piace. E di fare le cose che più le piacciono o che decide di fare: invece, da qualche anno a questa parte, si sente parlare sempre più spesso di revenge porn, altra forma di discriminazione e di derisione di cui le vittime d’elezione sono le donne che vengono colpite nelle cose che fanno e nella loro reputazione. Ma che cos’è questa nuova pratica di violenza?

Il revenge porn

L’espressione, che può essere tradotta come “porno-vendetta”, sta ad indicare la condivisione pubblica di immagini o video intimi tramite internet senza il consenso dei protagonisti degli stessi e che alcuni praticano, in modo becero e vile, per attuare una sorta di vendetta nei confronti del partner con il quale sono stati: ovviamente la vittima nella quasi totalità dei casi è una donna, che vede i suoi momenti intimi, carichi di sentimento e di personalità, volgarizzati e squalificati.

Può accadere che in origine queste immagini vengano inoltrate per “gioco” nell’ambito di quel fenomeno, sempre più diffuso, che va sotto il nome di sexting, termine che deriva dalle due parole inglesi sex (sesso) e texting (l’atto di inviare un messaggio) e che è utilizzato per indicare l’invio, la ricezione o l’inoltro di messaggi a contenuto sessualmente esplicito. Questo fenomeno è molto in voga fra i giovani e gli adolescenti che lo considerano come una modalità normale di relazionarsi tra pari. Lo scambio di immagini e di video nasce inizialmente in un contesto di coppia, sulla base di un atteggiamento di complicità e di fiducia reciproca, poi può accadere qualcosa che comporta la fine della relazione o dell’amicizia. In quel momento, alcuni individui, con l’intento di vendicarsi per la fine della relazione non decisa da loro o semplicemente per sfregio, iniziano a far girare queste immagini in qualche gruppo WhatsApp e queste da lì poi piano piano si allargano a macchia d’olio fino a finire nel mare del Web dove la cancellazione definitiva e totale di un qualsiasi contenuto è quasi sempre impossibile.

Una volta reso pubblico un contenuto, viene visualizzato da un numero potenzialmente elevato di utenti; ciascun utente, poi, ha la possibilità di estrarre il contenuto e scaricarlo sul proprio computer per conservarlo e cominciare a sua volta a condividerlo. Più un contenuto è esplicito e compromettente, maggiori saranno l’interesse del pubblico e la velocità della sua diffusione e maggiore sarà il danno per il protagonista (quasi sempre la protagonista) delle immagini e del video che vede i suoi momenti intimi, le sue scelte di comportamento, letteralmente messe in piazza ed oggetto di dileggio, di scherno, di stigmatizzazione. Le conseguenze sociali e psicologiche sono devastanti e la cronaca ci consegna casi di vittime che hanno sperimentato la perdita del posto di lavoro, la riprovazione e la derisione sociale, e financo il suicidio.

Il Codice Rosso

Per far fronte a questo fenomeno è entrata in vigore in Italia, il 9 agosto 2019, una legge contro il revenge porn conosciuta come “Codice Rosso”: sono state apportate modifiche al codice penale introducendo la fattispecie di “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate …. la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito i contenuti, li diffonde a sua volta per provocare un danno agli interessati”. Le vittime possono citare in giudizio gli autori della diffusione dei contenuti, possono chiedere la rimozione dei contenuti alle piattaforme social, ma il danno vero e proprio, in termini di impatto emotivo e sociale, ormai è avvenuto e non è possibile annullarne gli effetti. Indietro non si torna. C’è un solo modo per prevenire il terribile danno d’immagine conseguente a tutto questo: evitare di produrli, di conservarli e di scambiarli.

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