Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.


Provenza: lavanda! quel suo odore ci guida lungo tutto il viaggio come un filo sottile, ci segue come una scia. Lavanda! quel suo colore blu intenso quasi viola diventa un’impronta. Là, sulle facciate delle case, sulle persiane. Provenza: luce morbida, avvolgente, calma, come in un quadro impressionista, rende i colori più intensi, più vivi.

Odori: fili impercettibili, eterei, indissolubili legami, sospinti da un alito di vento mi trasportano in un’altra campagna. In quella parte della mia infanzia che è lì, tra il profumo di erba appena tagliata, di fiori, di mosto, di terra umida, di legna bruciata. Legati al passare del tempo, al succedersi delle stagioni: ognuna con qualcosa di unico, ognuna con la fine e l’inizio di qualcosa. Ognuna dove in realtà non c’è mai una fine: l’inverno con la sua morte apparente cova già la vita che sboccerà nei fiori di primavera; questi appassiscono per dare i frutti più belli, colorati e saporiti dell’estate; lei che inizia a spogliare le piante affinché l’autunno le prepari alla rigidità invernale. Sarà per questo che aspettiamo l’arrivo della primavera e dell’estate come una promessa.

Vendemmia: il sole ancora caldo, le sfumature calde dell’autunno che iniziano dintorno, l’odore del mosto nella cantina, le mani nere e appiccicose. Mio fratello e mio cugino, archi e frecce di fortuna, danno la caccia ai pennuti del cortile fino a colpire il feroce tacchino colpevole solo di essersi trovato sulla loro traiettoria.  Cugini e zii paterni davanti al caminetto a chiacchierare. Il camino: luce, calore, punto di incontro di persone, umori, confidenze, dispiaceri, il cuore della casa. Tutto transitava di là.

Quell’atmosfera tipica delle cose fatte in casa, di stufa a legna piena di tegami ognuno che nascondeva il suo segreto, di pignatte di terracotta sulla brace, di ciambellini al vino, all’anice. Odori di spezie, di ortaggi, di quando si facevano confetture, pomodori in bottiglia, verdure sott’olio: occasioni per chiacchierare, per conoscere i pettegolezzi del paese, per rinverdire vecchi ricordi.

Odori che oggi si mischiano fino a diventare un’unica striscia bianca, corposa e soffice come una nuvola. La seguo ogni volta che un odore, un profumo mi capita sotto il naso e mi è familiare.

Nella casa dei genitori di mio padre non c’erano nemmeno i più semplici comfort, non so se per scelta o per semplice pigrizia. Il bagno avveniva, per tutti i nipoti e in tutte le stagioni, nella tinozza grande davanti al caminetto, stile film western. C’era un misto di imbarazzo e nello stesso tempo era vissuto come un avvenimento raro, particolare, buffo che aveva con sé un’aria di festa.

Altri bagni, altri odori: borotalco. Mia nonna materna che letteralmente immergeva me e mio fratello nel borotalco dopo ogni bagno, stavolta, nella comodità di una normale vasca: due realtà, due vite che per un periodo hanno camminato parallele. Quella dei nonni paterni sembrava più affascinante perché così diversa, ma andando avanti nel tempo mi sono resa conto che in realtà rappresentava una differenza nell’approccio alla vita, una diversa profondità che sono poi mia madre e mio padre.

La molitura dell’olio: l’ultima raccolta dell’anno, l’inverno che avanza, le giornate che si accorciano, i camini che iniziano a fumare fin dal mattino. Nel mulino c’è un calore intenso, un odore agre talmente forte da pizzicare le narici. Si lavora anche di notte e il tempo sembra essere relativo, tutti cercano di terminare il più presto possibile e tornare a casa con il frutto del lavoro. Quantificare l’olio è sempre sinonimo di soddisfazione o meno, come se da quel frutto fosse spremuto anche il sacrificio, la fatica per essere lì: se il frutto non dà quanto sperato è come se la terra fosse ingiusta verso chi la lavora e la rispetta. Ogni anno, quand’ero piccola, dovevo sorbirmi la spiegazione del procedimento di molitura, per poi rimanere in attesa del prezioso liquido che, quando finalmente l’evento si verificava, usciva caldo e verde. E la prima domanda che mio nonno poneva era sempre: “Quanto ha reso?” 

Ancora oggi, che lui non c’è più e che tante cose sono cambiate, la raccolta delle olive nella mia famiglia si conclude con la fatidica domanda: “Quanto ha reso?”


Alessandra Giacomini, nata a Roma, una laurea in sociologia, il lavoro presso l’Università di Tor Vergata, ama scrivere da sempre. Ha pubblicato diversi racconti in varie raccolte e due romanzi gialli di cui uno a quattro mani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.