Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.


Le cose che rendevano Lloyd Wetter “insolito” erano tre.

La prima, era che ricordasse perfettamente la propria infanzia. Di solito si conserva solo un po’ di materiale nebuloso. Le persone faticano a tornare indietro, come quando si cerca di mettere a fuoco un sogno. Lloyd invece avrebbe potuto scrivere un libro sull’argomento. Con esattezza, da un anno e mezzo di vita in avanti. Portava con sé ogni momento, anche il dettaglio più insignificante. Non aveva dimenticato nulla. Non avrebbe potuto. Ma aveva imparato a fingere.

La seconda, erano i colori che vedeva: intensi, palpabili, bellissimi. La natura in realtà era più fumosa, velata. Le piante erano tutte bianche, gli animali verdi. Lo rasserenavano, erano tonalità tranquille e miti, di un’energia pura. Ma non erano affascinanti come i colori delle persone. Ciò che lo catturava più di ogni altra cosa erano gli occhi, le mani. Poteva stare ore e ore a fissare qualcuno, sgranando gli occhi per la concentrazione e la curiosità. Gli adulti lo guardavano e ridevano spesso, inteneriti. E poi li disegnava. Centinaia di schizzi. Tutti ne rimanevano affascinati.

Prima dei due anni, cominciò a vedere tutto molto chiaramente: la massa lattiginosa che avvolgeva i corpi, e che diventava più intensa e abbagliante intorno al viso. Mamma era sempre verde, papà sempre blu, Maggie di un beige un po’ smorto: ecco spiegato il motivo per cui non era mai andato d’accordo con la sorella. Ogni persona aveva un colore. Colori comuni, sempre gli stessi, ma con sfumature diverse. Ognuno era, a suo modo, unico. All’inizio pensava fosse normale. Come respirare.

A quattro anni Lloyd scoprì di avere l’aura viola. E che il Sole fosse più grande della Luna. Fu poi all’incirca verso i cinque anni che capì di essersi sbagliato: nessun altro poteva vedere come vedeva lui. Così smise di disegnare, smise di parlarne, cercò anche di non pensarci. Buttò via i disegni, e se un parente o un amico riesumava comportamenti anomali, cercava di minimizzare dicendo che all’epoca inventava di tutto pur di attirare l’attenzione. Era un bambino strano, dopotutto. Parlava poco, era timido, aveva pochi amici. Si sentiva solo.

Fino agli undici anni se la cavò egregiamente. Non riusciva davvero a fare finta di nulla. Anche se si sforzava per andare oltre, vedeva nitidamente i colori di tutte le persone. Ma in qualche modo andava avanti, spacciandosi per un ragazzo comune.

«Perché non ti piace? È così carina». Era da anni che sua mamma insisteva affinché si mettesse insieme alla sua vicina di casa, Amanda. Era tanto bella quanto instabile. Una ragazzina maligna e falsa. E non serviva di certo vedere la sua aura arancione per rendersene conto. I toni sul rosso e sull’arancio erano da allontanare, secondi solo al nero, il colore peggiore in assoluto. Non l’aveva ancora incontrato e ringraziava il cielo. Sui libri esoterici che aveva studiato, il nero rappresentava il nulla, l’assenza di colore, e quindi di luce. Incontrare una persona con l’aura nera equivaleva ad incontrare un demone in terra.

Grazie ai suoi occhi, aveva imparato a capire quando una persona mentiva, o se stava male. Se una donna era incinta di poche settimane. L’aura mostrava tutto, ogni emozione, ogni segnale di vita. Era pesante fingere, a volte, ma non l’avrebbe cambiato per nulla al mondo. Amava quello che riusciva a vedere. Non voleva essere normale. Si sentiva speciale, un privilegiato. Riusciva a capire cose che gli altri non avrebbero mai capito.

Fu verso i tredici anni che la sua vita cambiò bruscamente. Era entrato in un negozio di antiquariato che aveva aperto pochi giorni prima appena fuori dal suo quartiere. Lloyd era affascinato dai cimeli antichi, perché a volte riusciva a scorgere qualche colore intorno agli oggetti. Stava indagando sulla questione: erano rimasugli di auree dei proprietari oppure certi oggetti portavano con sé una massa maggiore di energia? Nel mentre maneggiava una vecchia cornice d’oro rosa intravide uno specchio con intarsi magnifici. Cambiò lentamente direzione, attirato dalla bellezza di quel pezzo. Era più alto e largo di lui, con una cornice in legno, bronzo e smeraldi incastonati come gemme. Doveva costare una fortuna. Probabilmente era appartenuto a qualche nobile, o addirittura a un reale. Si ammirò per qualche secondo nello specchio, immaginandosi a corte con corona e scettro, e per poco non gli prese un colpo. Rimase come pietrificato, strizzando gli occhi. Quello non era lui!

Alzò una mano, e l’altro lo seguì. Fece un piccolo salto, e il riflesso fece lo stesso. Sorrise forzatamente, scosse la testa, girò su se stesso. Niente, imitava perfettamente ogni suo movimento. Ma c’era qualcosa che proprio non quadrava: aveva l’aura di colore giallo. Non poteva essere lui!

Un giallo quasi dorato, per di più. Era l’aura delle persone molto colte, di un animo buono e puro. L’oro e il giallo che tende quasi alla luce bianca, nelle persone, simboleggia santità, animi eletti. Infatti i santi vengono sempre rappresentati con l’aureola, che non è altro che la rappresentazione artistica dell’aura. Si allontanò di qualche passo, confuso, e si guardò meticolosamente. Mani e braccia. La sua aura non era affatto cambiata. Era sempre viola con qualche striatura gialla e verde. Quello nello specchio non era lui. Ne era assolutamente certo. Era poco comune incontrare persone con un’aura gialla, e per di più dorata: era a dir poco raro! Questo mistero dello specchio doveva dipendere per forza dal cimelio… non c’era altra spiegazione. Si avvicinò al vetro, occhi negli occhi, appannando la superficie col proprio respiro. Restò così a lungo da farsi venire il mal di testa. Non riusciva a capire da cosa dipendesse quell’aura. Forse apparteneva proprio allo specchio? Ma no. In quel caso non l’avrebbe avuta l’immagine riflessa, ma la cornice.

«Mi scusi, ma questo specchio da dove viene?» Il proprietario alzò gli occhi dalla rivista di arredamenti che stava leggendo. Sbadigliò, annoiato. «Praga, 1867. Una famiglia d’alta borghesia, mi pare» sputò mestamente, poi tornò a leggere.

Lloyd annuì pensieroso, e tornò svelto a casa. Si specchiò per una buona mezz’ora nel bagno del piano di sopra. Stava per perdere le speranze, quando riuscì a scorgere un bagliore giallo-oro attorno alla testa. Strabuzzò gli occhi, diventati rossi per lo sforzo. Ma ormai aveva perso la concentrazione, e l’aura tornò del colore abituale. Accidenti! Doveva dipendere sia dalla sua vista che dal tipo di specchio. Probabilmente, grazie al suo occhio, Lloyd poteva scorgere i segnali di un qualche passaggio. Forse non era molto allenato per questo genere di cose, o forse il risultato dipendeva anche dal materiale dello specchio in questione. Cambiò specchio e andò in camera dei suoi genitori, davanti al comò. Sul muro era appeso uno specchio sicuramente più vecchio di quello in bagno. Stavolta gli ci vollero appena dieci minuti per scorgere il bagliore giallo.

«Che cosa sei?» sussurrò emozionato. Ovviamente non ebbe alcuna risposta. Si concentrò ulteriormente. L’ambiente nello specchio cominciò a cambiare. Ora riusciva a scorgere una camera. Non era la camera dei suoi. Sembrava quella di un ragazzo. Un letto, un comodino, un armadio, molti poster, un sacco morbido per sedersi, due tappeti, un televisore. Il suo riflesso però non cambiava mai. Era sempre se stesso, o almeno credeva. Poi per poco non urlò. Sua madre entrò in camera e chiamò Lloyd per la cena. Era pronto in tavola. Si girò di scatto, ma non c’era nessuno. Si girò di nuovo. Lloyd era ancora lì, il suo riflesso spiccicato, e sua mamma stava uscendo sbuffando, contrariata. Aveva appena visto sua madre nello specchio, non poteva esserselo immaginato. Indietreggiò lentamente, e l’altro lo imitò. Uscì dalla stanza correndo e scese in salone.

«Ah, Lloyd, stavo per chiamarti. È pronta la cena».  Per poco non cadde a terra. Restò paralizzato qualche secondo, poi un lampo di comprensione guizzò nei suoi occhi. Senza dire una parola, corse di nuovo in camera dei suoi. Sua mamma si accigliò, preoccupata.

Lloyd chiuse la porta a chiave. Prese un bel respiro, e si voltò. Si avvicinò di nuovo allo specchio e cominciò a tastare il vetro per cercare un contatto. Qualsiasi cosa. Voleva capire. Doveva capire. «So che mi senti! Chi sei? Cosa vuoi?»  Ovviamente non ci fu alcuna risposta. Però per un attimo riuscì ad affondare la mano oltre la superficie dello specchio. E questo stranamente lo rassicurò. Non c’erano dubbi. Se poteva attraversarlo, doveva trattarsi di un portale, un warmhole, insomma la porta per un’altra dimensione.

E quello magari era un se stesso di una dimensione temporale specifica, o perché no, di un altro pianeta. Aveva un’aura diversa ma era identico a lui, quindi dovevano avere per forza la stessa età, ma non erano la stessa persona. Forse l’altro Lloyd non vedeva le auree e non ricordava la propria infanzia bene quanto lui. Forse, nell’universo, c’erano altri suoi sosia che non erano proprio così uguali tra loro. Forse erano il risultato delle ramificazioni del suo destino. In base alle scelte che un Lloyd può fare, esistono tante dimensioni. Ogni scelta apre un nuovo posto. Be’, sarebbe fico.

Cercò di non pensarci, per il momento. Sua madre lo stava chiamando con insistenza. Scese giù velocemente e si mise a tavola. Non fu facile mostrarsi tranquillo, coi suoi. Ma ormai era diventato bravo a fingere, quindi la serata andò liscia.

La terza cosa che rendeva Lloyd Wetter “insolito” fu scoprire di avere un sosia perfettamente identico oltre lo specchio. Forse ogni essere vivente ne aveva uno senza neanche saperlo. Forse non era solo uno. Lloyd se n’era accorto grazie ai suoi occhi. Senza quelli, avrebbe vissuto nella più completa ignoranza. A quindici anni, attraversò completamente lo specchio, finendo nella cameretta del suo riflesso. Ma il suo sosia non c’era più. Nessun altro, nella stanza, e neppure nello specchio. Non aveva più un riflesso. Non poteva specchiarsi. Ci siamo uniti?

La sua vita, da quel momento in avanti, fu un alternarsi da una dimensione all’altra, per capirne sempre di più. Qualche volta si sentiva terrorizzato all’idea che il suo riflesso fosse vivo quanto lui, e che potesse prendere il suo posto per periodi più o meno lunghi senza che nemmeno se ne accorgesse. Ma i suoi familiari e gli amici non gli fecero mai notare atteggiamenti insoliti ogni volta che tornava indietro. Non lo credevano strano, o con un problema di doppia personalità, quindi non aveva motivo di preoccuparsi. Lloyd, al contrario, non si faceva problemi e andava dall’altra parte più spesso che poteva. Si era convinto che potesse farlo solo perché vedeva le auree e in qualche modo questo doveva essere un suo potere. Così aveva avuto modo di vedere tante altre cose. La più orrenda fu incontrare per strada un uomo con un’aura nero pece. Probabilmente il giorno più brutto della sua vita. Un buco nero che camminava. Cambiò strada e per fortuna non lo incontrò mai più. Ma aveva anche conosciuto persone splendide all’università, e aveva viaggiato in posti strani.

Indagando tra i suoi conoscenti, aveva scoperto che l’altro ragazzo gli somigliava davvero molto. Quando compì vent’anni, con tutte le informazioni raccolte, aveva individuato solo cinque differenze sostanziali: (1) innanzitutto il secondo Lloyd aveva l’aura gialla e non viola; (2) non era allergico alle fragole; (3) sapeva parlare bene il tedesco; (4) era molto cinico, non credeva in nulla; (5) abitava in una dimensione molto simile alla sua, sia per abitanti che per morfologia, abitudini, storia, scoperte scientifiche. In un pianeta non ancora scoperto chiamato “Terra”.


Ginevra Montanari, classe ‘93, principalmente scrive per viaggiare fuori dall’ordinario. Laureata in Scienze Politiche e in Discipline Etno Antropologiche, è anche cantante, attrice, nerd e inguaribile umanista. Segni particolari: vede il bicchiere sempre mezzo rosa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.