«Gradi della disperazione: non ricordarsi di nulla, ricordare qualcosa, ricordare tutto». Così Elias Canetti annotava tra gli aforismi raccolti nel volume “La tortura delle mosche” (1992). La riflessione sembra riguardarci intimamente in questo momento storico in cui il tam tam del villaggio globale ammalato di coronavirus giunge al parossismo, veicolando un numero esorbitante di informazioni (o pseudo tali) in pochissimo tempo.

Le notizie si susseguono a ritmi sostenutissimi, germinano su se stesse, si estinguono in rapide smentite, o si trasformano, mutando quasi come le varianti di questo maledettissimo virus che ci paralizza in casa e ci espone ancora di più all’interminabile flusso della comunicazione multimediale. L’informazione è in stato di ebbrezza o, per meglio dire, si è ammalata. La diagnosi è “infodemia”, lo certifica l’Organizzazione Mondiale della Sanità, chiarendo che il termine indica l’«abbondanza di informazioni, alcune accurate e altre no, che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili quando ne hanno bisogno». E specifica che tra le informazioni non accurate, quelle più insidiose sono le cosiddette “fake news”, più comunemente note come “bufale”.

Tra gli effetti collaterali più diffusi di questa socialpatologia c’è il senso di disorientamento, l’ansia crescente, la confusione e, perfino, varie sindromi di stampo narcisistico, come quella dell’apprendista virologo o del negazionista, che si premurano di laurearsi in tuttologia su Internet.

La parabola della infodemia è sorprendente, si innesca attorno a un evento e produce notizie a grappolo, destinate però ad avere vita breve. Come quei guizzi pirotecnici, che nel cielo accompagnano l’esplosione dei fuochi di artificio, per poi svanire rapidamente nelle tenebre dell’oblio.

E quindi coloro che sono stati colpiti dal contagio dell’infodemia, dal ricordare tutto si ritrovano a non ricordare nulla, a subire l’amputazione della ghigliottina nel rapidissimo tempo della dimenticanza. Manca il tempo dell’elaborazione.

L’infodemia però è soltanto un aspetto, una sfaccettatura di una società che si ostina a produrre più di quanto riesca a consumare, anche nel campo dell’informazione. Soprattutto, poi, produce senza controllo e buon senso. Apre confronti dove le persone cadono nella trappola del fraintendimento e spesso finiscono in quella del flame fine a se stesso, inviando messaggi solo per provocare una reazione e per certificare così la propria esistenza. In tutto questo bailamme e dopo tanto straparlare ciò che resta, alla fine della fiera, è il vuoto e lo stordimento. Non riusciamo a trattenere le informazioni che ci attraversano e tramortiscono. Perdiamo la memoria a lungo e breve termine di ciò che è stato, ci resta un senso indeterminato di angoscia, generato dal caos di cui siamo stati parte e che abbiamo contribuito a creare.

Si passa in un baleno dallo stato di saturazione a quello di estinzione della notizia stessa, che fosse fondata o meno. E quindi, citando di nuovo Canetti, in solitudine attraversiamo i gradi della disperazione dalla memoria all’oblio.

Immediato è il riferimento alla società liquida di Bauman, ma anche allo studio della psicologa Linda Henkel sulle shoot memories, l’effetto di indebolimento della memoria dovuto allo scattare foto, che mostra come la memoria umana sia tendenzialmente portata ad abdicare di fronte a quella digitale.

Chissà se ad abdicare è soltanto la memoria, o anche e soprattutto la nostra capacità di pensare…

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