Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.


Chissà perché questo piccolo caffè mi piace tanto. È sporco e triste, triste. Se almeno qualcosa lo distinguesse da centinaia di altri: macché!

Come dappertutto i tavolini sono rotondi e questa terrazzetta resta sempre in penombra tra i palazzoni, intorno e sopra, così sdrucita tra tante piante. Tutte queste piante verdi, verdi e spente. Eppure non mi sento così a mio agio in nessun altro posto, ormai. Mi sembra di stare qui con voi, tutti voi che state nella mia testa da sempre: visi di casa, dell’infanzia, della giovinezza.

E quell’immigrato esile, occhi fondi marroni e lo sguardo dolce e la carnagione olivastra come solo i berberi hanno, sei tu, tu da piccolo, tu da giovanotto, tu tutto ingessato dopo quella caduta da quella moto verde scuro, così vecchia e tu ne eri così orgoglioso. Tu che giri con le spalle rigide e il braccio al collo e ridi, tu tutto vestito da arancione che sorridi da dietro i vetri di quel bar tutto blu del mare di Ischia; ed era già un sogno -già allora non c’eri più-.

E sino a sera resto qua, senza la forza di un progetto, in attesa che la stanchezza degli altri renda obbligatorio il mio riposo; e nessuno mi importuna qui. E anche se è tardi non ho più paura e il buio non è più come allora quando non potevo dormire sola -mai dormire sola- sembrava che dormendo con uno -uno qualunque- potessi esorcizzare la morte che di notte poteva essere più svelta di me.

E sono qua di giorno e di sera, ancora qua, anche se nessuno dorme più con me da tanto tempo. Non so come andare avanti, sono ferma in un’oasi temporale di assenza, di assenza di me, di progetti, di vita. Sono viva e mi sento morta. Penso ai morti, ricordo cose passate con un’evidenza dolorosa e la loro assenza; aver perduto giovinezza speranze voglia di impegno, e rendermene conto; toccare con mano che tutto quello che c’era, quasi tutto non c’è più, mi svuota. Di forze di pensieri di voglia.

Sono un ramo che sta seccando. E non ho voce, come un ramo sto subendo la vita. La forza nascosta, dentro, quella forza che fa sbucare fuori una gemma, la mia gemma, non sbuca, non vedo turgori di sogni, di pensieri, energia ferma che si fonde in un nulla finale. Nulla? Messe così le cose possiamo crederlo. Anche se ancora non vogliamo.

Solitudine è la radice di tutto, ma che vuol dire questa parola? solus significa anche unico speciale.


Stefania De Donno, conseguita la laurea in Filosofia  e la specializzazione in Biblioteconomia, è stata per molti anni responsabile della biblioteca di un ente pubblico ed ha potuto coltivare il proprio amore per i libri e la scrittura. Ha pubblicato “Il fascino di Capalbio”, breve guida discorsiva ai paesaggi della Maremma, e “Agli ordini di Wellington”, romanzo rosa di ambientazione storica.

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