Algoritmo è una parola medievale. Una storpiatura, per l’esattezza, del soprannome arabo al-Khuwārizmī dato a Muḥammad ibn Mūsà, matematico vissuto nel IX secolo e autore, tra le altre cose, del più antico trattatello di algebra basato sul sistema di calcolo decimale indiano.

Il termine nasce dunque nelle nebbie del presunto oscurantismo medievale ed è il risultato di un innesto, non solo fonetico, fra due civiltà spesso antagoniste.

Algoritmo è, fin dal suo esordio, una parola rivoluzionaria. Per gli uomini dell’età di mezzo è legato all’acquisizione di un nuovo codice di interpretazione della realtà basato sull’astrazione numerica. Un primo passo per uscire dalle sabbie mobili dell’incertezza, dopo secoli di paure e impoverimento.

Dai trattatelli di al-Khuwārizmī tradotti in lingua latina i numeri ne hanno fatta di strada, in particolare dopo che il pisano Leonardo Fibonacci nel 1202 dimostrò che potevano perfino rappresentare il “nulla” attraverso lo “zero”! Hanno misurato e descritto il mondo, illustrato nuovi orizzonti con creatività e rigore.

Diversi secoli dopo l’età di mezzo siamo ancora qui a interrogarci sugli algoritmi, a pedinare ed essere pedinati da questi procedimenti numerici, da questi insiemi di istruzioni che, con metodo sistematico, ci dicono come eseguire un’elaborazione o come risolvere un problema.

Attualmente quali sono i confini dell’universo degli algoritmi? Forse gli stessi individuati ancora prima di al-Khuwārizmī e Fibonacci dalla scuola dei pitagorici? Per questi ultimi, definiti da molti come una setta, i numeri si arrestavano di fronte all'”incommensurabile”, a ciò cui è impossibile dare una misura. Esiste ancora oggi questo confine?

Ai nostri tempi, nel pieno della trasformazione digitale, algoritmo vuol dire principalmente moneta sonante. Sono gli algoritmi a fotografare il nostro flusso vitale, ma soprattutto vengono usati per fiutare i nostri desideri e violare la nostra identità: immortalano il nostro esistere in un rapido clic, in barba alla privacy e a tutte le procedure di sicurezza in rete, lo trasformano in transazioni economiche.

Danno forma all’Intelligenza Artificiale (o Artificial Intelligence – AI),  che pian piano ha preso il posto di al-Khuwārizmī e Fibonacci, cercando di riprodurre i processi mentali più complessi mediante l’uso di un computer.

Sono entità algide e quasi infallibili, assomigliano a divinità. Progressivamente influenzano il mondo fisico con i loro dati e con le loro elaborazioni. Così le nostre vite sono sempre più condizionate dagli algoritmi, da un codice che non è neutro, ma contiene molti giudizi su chi siamo, chi dovremmo diventare e come dovremmo vivere. Come ammonì  Martin Heidegger nel 1960 “le conseguenze della tecnologia sono tutt’altro che tecnologiche”.

Gli algoritmi hanno bisogno quindi di “umanizzarsi”, hanno bisogno di una chiave etica, che diventi la loro seconda natura, per superare l’agnosticismo rispetto alle loro stesse conseguenze.

Lo sottolinea con forza il guru giapponese dell’economia Ikujiro Nonaka in una intervista al settimanale L’Espresso del 9 maggio u.s.: “L’essere umano è agente attivo che crea significato per il futuro. (…) Le macchine e l’intelligenza artificiale non possono creare significato o valore da sole perché non hanno un corpo biologico”.

Dunque il confine ultimo degli algoritmi sembra essere proprio l’uomo e la sua “incommensurabilità”, tutto ciò che di esso sfugge al calcolo e alla previsione.

Come il dottor Frankenstein nell’omonimo romanzo di Mary Shelley, l’uomo è chiamato ad arginare la sua stessa creatura.


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