Intervista a cura di Marisa Jacopino pubblicata su GP Magazine di febbraio  2018.

I suoi personaggi si stagliano sulle tele come protagonisti di scene sottratte a un set cinematografico. La luce brumosa pervade l’aria, si carica di energia nei cieli in tempesta, esplode in bagliori sotto i piedi che danzano nella pioggia. Interni silenziosi, in cui uomini e donne colpiti da una luce tagliente offrono allo spettatore squarci della propria esistenza. Lo sguardo è calamitato verso narrazioni segrete, atmosfere dove l’eros si palpa in tutta la sua elegante ambiguità: baci che sigillano addii, che denotano la fugacità di incontri passionali in città grigie e indifferenti. Un’alternanza di intimità e di commiati, e la vita si sublima in un senso di solitudine straniante. Stiamo parlando delle opere pittoriche di Jack Vettriano, artista tra i più quotati. I suoi quadri riprodotti e stampati su cartoline, poster, copertine di libri e oggetti di ogni genere. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente in Scozia, dove lui vive.

Come ti sei avvicinato alla pittura? Per il mio ventiduesimo compleanno ho avuto in regalo dalla mia ragazza una scatola di acquerelli. È stato da quel momento che ho iniziato a dipingere. Prima di allora mi piaceva molto disegnare, e nel farlo provavo un grande piacere.

Qual è stata la tua formazione, hai seguito corsi accademici o sei un autodidatta? Sono completamente autodidatta. Una volta ho frequentato dei corsi serali alla scuola d’arte di Edimburgo, dove il tutor però prese a sbirciare nella scatola dei colori e tra tutte le mie cose.

Sei stato consapevole fin da subito di essere un potenziale artista? Non pensavo di essere un potenziale artista, ma mi piaceva il mezzo, e per hobby dipingevo una volta a settimana anche per tutta la notte. In tal modo ho appreso la tecnica della pittura. Questo è continuato per circa dieci anni, finché non ho iniziato a vedere dei miglioramenti. Avevo però poca creatività, così ad un certo punto mi sono messo a copiare dai grandi libri d’arte.

Dalla tua biografia, si legge che sei stato apprendista in una miniera dopo aver lasciato gli studi di ingegneria. Sei grato al destino per essere diventato, in seguito, un pittore di successo? Sono estremamente grato di aver trovato la mia vocazione nella vita.

Quali sono i tuoi pittori di riferimento? Ho una grande ammirazione per i pittori americani degli anni ’50 del novecento come Gil Elvgren, Vargas e Norman Rockwell. I miei artisti preferiti sono Francis Bacon e Lucien Freud.

In cosa consiste la prima fase del tuo lavoro: osservare i modelli, preparare lo scenario, disegnare? Il primo stadio è la narrativa, il pensiero di come i personaggi trasmetteranno la mia idea. Quindi, fotografo i soggetti usando modelli, senza riguardo per lo sfondo che aggiungo in seguito attraverso la mia immaginazione.

Pensi che l’arte abbia una funzione estetica o sociale? Credo che la funzione dell’arte sia quella di registrare la visione del mondo da parte degli artisti. Qualunque cosa muova il loro spirito.

Sei stato onorato dalla Regina Elisabetta con l’OBE (l’Ordine dell’Impero Britannico). Quale altro premio o titolo ti piacerebbe ricevere? Non ho mai pensato a titoli o premi. Tuttavia è una bella sensazione avere riconoscimenti per la propria attività artistica.

Ti ritrovi nell’artista tutto genio e sregolatezza? Non mi vedo come un genio né come artista sregolato. A volte però, nel nome della ricerca, ho spinto oltre certi limiti i miei confini personali.

Edonista, sensuale, romantica. Com’è l’anima di Jack Vettriano? Dopo anni di comportamenti esagerati, la mia anima si è addolcita, per fortuna.

Nato Hoggan, dopo aver raggiunto il successo sei diventato Vettriano, mutuando il cognome di tua madre, Vettraino, originaria di Belmonte Castello nella valle del Comino, in provincia di Frosinone. Porti qualcosa della terra dei tuoi avi, o comunque dell’Italia, nelle tue opere? Mi piacerebbe pensare inconsciamente che l’Italia abbia influenzato il mio lavoro in un modo o nell’altro. Un esempio potrebbe essere la serie di tram di Milano che ho particolarmente apprezzato dipingere.

“The Singing Butler” nel 2011 è stata venduto all’asta per quasi un milione di euro. Come ci si sente nell’essere tra gli artisti viventi più pagati? Non è l’unico sistema con cui si misura il successo, ma a un certo punto è la conferma dell’accettazione da parte del pubblico, e questo non può che essere un onore.

Jack Vettriano, The Singing Butler, 1992

L’arte ha il potere di eternare. Sei felice di essere reso eterno dalle tue opere o preferiresti vivere per sempre nel tuo corpo? Sarebbe un pensiero meraviglioso se il mio lavoro avesse risonanza sulle generazioni future. Per quanto riguarda il fatto di vivere per sempre fisicamente, ho avuto una grande vita in questo corpo, ma sarei felice di cambiare.

Edimburgo, Londra, Hong Kong, Johannesburg e New York. Sono previste esposizioni in Italia nel prossimo futuro? Sarei onorato di esporre in Italia e spero di avere una retrospettiva in questo Paese, molto presto. Sarebbe per me una fantastica opportunità per mostrare il mio lavoro nella terra dei Padri.


Nota della redazione

Nato nel 1951 in una cittadina della Scozia, da una famiglia di origini italiane molto povera, è costretto ad abbandonare gli studi a 16 anni e a  lavorare in miniera per sopravvivere. A 21 anni inizia a dedicarsi alla pittura prima ricopiando i quadri di Edward Hopper e poi sviluppando una sua tecnica. Il successo arriva solo nel 1988: viene ammesso alla mostra annuale della Royal Scottish Academy e in un solo giorno vende tutte le opere esposte.

Un successo che è decretato dal pubblico e ignorato dai critici, e che viene coronato dall’onorificenza concessagli dalla regina Elisabetta per i servizi resi alle arti visive in Gran Bretagna, dalle vendite dei suoi quadri, dai diritti d’autore per riproduzioni tipografiche.

La sua pittura evocativa, animata da un realismo quasi fotografico, denota forti influenze dei dipinti di Hopper e della cinematografia di Hollywood, è priva della compiaciuta astrusità di tanti pittori contemporanei e tratta quasi sempre l’eterno tema dell’amore, ora romantico e sensuale, ora fatale: donne dalla conturbante bellezza ed eleganza e uomini che ricordano i gangster italo/americani degli anni Trenta, consumano le loro relazioni in interni borghesi, con un sottofondo di tensione che sembra voler evidenziare l’incomunicabilità tra i sessi, la solitudine esistenziale dei protagonisti.


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