Le Virgole, un appuntamento estemporaneo fra chi ama scrivere e chi ama leggere.


Odore di cuoio, alito da aperitivo, dell’ultima sigaretta prima dell’inizio del concerto, profumo di capelli freschi di shampoo, di amori che aspettano il venerdì sera per cercarsi.

Prima di entrare, un messaggio a mia madre: «Non vedo l’ora di tornare a Venezia, ho voglia di rivedervi e di raccontarvi… Sono a buon punto col mio saggio sul lavoro delle donne. Lo dedicherò a te, mamma!»

Ora sono qui con Paolo, finalmente! Questa sera al Bataclan è un tripudio di sorrisi invitanti, di voci che si rincorrono, di birre spumeggianti, di scosse di adrenalina, perché gli angeli della morte, gli Eagles of Death Metal, stanno per spiegare le loro ali. Siamo in tanti. Gli immancabili selfie scandiscono l’attesa, l’eccitazione pervade l’aria: energia in platea e sul palco, dove la band accorda gli strumenti. Poi l’ingresso del leader, Jesse Hughes, e un brivido caldo che corre lungo la schiena.

Il rumore metallico di un coltello piantato nell’amplificatore è la spettacolare trovata di una rockstar, ma ha il sapore di un presagio, che annulla – per un momento – l’eccitazione dell’attesa. La musica esplode con la deflagrazione di un piacere tenuto a bada, coccolato, coltivato durante tutta la settimana, nei lunghi giorni di studio e di lavoro, all’Istituto di demografia all’università, per dimostrare che conciliare lavoro e famiglia è per le donne un compito immane.

Il sound di «Bacia il demonio», il pezzo che apre il concerto, possiede la sala, una scossa allenta i sensi; la musica si fa strada, come un fluido che esalta e inebria. La stretta di Paolo è calda, rassicurante. «Ti amo», gli sussurro sottovoce. Mi stringo al suo corpo, mi rapisce il profumo della sua pelle attraverso gli abiti.

Il sound si mescola ai battiti accelerati del mio cuore, li confonde e li potenzia. Nel fragore della musica, all’improvviso – che strano – irrompono dei colpi, come scoppi di petardi che esplodono ad annunciare qualcosa… qualcosa che turba l’aria di felicità che tutti insieme abbiamo saturato e respirato nel Bataclan.

Paolo mi rassicura: «Vengono da fuori, qualcuno si sta divertendo a disturbare… qualcuno che forse non ama il rock, o gli Eagles of Death Metal!», aggiunge ridendo. I virtuosismi della band surriscaldano l’atmosfera, ma altre secche, piccole esplosioni si mescolano alle note. All’improvviso Bataclan non è più un’onomatopea che ci piace ripetere quando scherziamo e abbiamo voglia di uscire. È un suono aspro, metallico, angosciante, il suono di un caricatore. Il Bataclan – che ci piace tanto – diventa un teatro di morte. Sparano a casaccio su di noi, bersagli stupiti e increduli.

«Chi sono quegli uomini? Ho paura!»
«Stammi vicino!»

Cosa c’entra la musica coi kalashnikov, con la morte? Amo il rock, le cose belle della vita, la libertà, l’amore… i libri, il cinema, l’allegria! Ho lavorato con Emergency perché i diritti umani non conoscessero più emergenze! Vorrei gridarglielo, sfidare quegli occhi inespressivi che regalano la morte al solo fissare un corpo, un volto – calamitati dal caso. Voglio uscire in boulevard Voltaire… quel nome è un ossimoro qui dentro, in questo antro di distruzione in cui stanno annullando la quintessenza della mia vita, della nostra vita.

I carnefici continuano a sparare, con il loro odio a guidare la lotteria, seminando un incredulo terrore – in un luogo dove l’odio prima d’ora non aveva mai pagato il biglietto d’ingresso.

Paolo mi fa stendere per terra, mentre i colpi scoppiano implacabili sulle nostre teste.
«Proteggimi, non possiamo morire, proprio ora… »

Tremiamo stesi l’uno accanto all’altro, accanto ai corpi inermi di altri ragazzi come noi che si giurano amore eterno prima che il buio li risucchi. Il naso affonda nella polvere del pavimento, la polvere – penso – è più viva degli occhi dei boia che ci tengono in scacco. In questi attimi in cui il terrore c’invade e ci divora col gusto amaro, metallico della sofferenza, mi ripeto che non può finire così: «Siamo solo all’inizioooo!» vorrei gridare… ma la voce non esce, cristallizzata dalla paura, dall’istinto di sopravvivenza che mi spinge a serrare le labbra. Non può finire così, di colpo… sotto la pioggia dei proiettili di armi automatiche che sembrano uscite da un film di guerra, dal nonsense di un videogioco.

Ero così felice stasera prima di arrivare al concerto, ora il suono dei fucili che vengono ricaricati continuamente in diabolica sequenza, esplode nel cervello e semina sofferenza. Non capisco il senso di quest’odio che cancellerà, lo so, i venerdì, le domeniche, e i lunedì, anche i lunedì che mi riportano sempre lieta nelle aule antiche della Sorbona, al piacere dello studio, della ricerca. «Noi che abbiamo sempre cantato la pace cosa c’entriamo con la guerra?», grido senza dar fiato alla voce.

«Paolo, voglio vivere con te, continuare a studiare… »
Paolo mi zittisce, «Ssst… amor mio… »

Poi all’improvviso mi fa segno che dobbiamo alzarci, è entrata la polizia, corriamo verso l’uscita di sicurezza  del locale, non è lontana… voglio tornare nella realtà, fra i volti sorridenti del venerdì sera.

La mano di Paolo non stringe più la mia.
«Paolo dove sei?» – urlo disperata – «Non posso salvarmi da sola!»

Un colpo bruciante esplode all’improvviso nella mia schiena, un ago incandescente attraversa la mia carne con una trafittura lenta di dolore… e ripenso all’estate, al rumore rassicurante dell’acqua che silenziosa accarezza le calli col suo lieve sciabordìo, all’odore di salmastro, al profumo che esala la laguna, al vento in piazza San Marco, al sorriso dei miei genitori il giorno che sono partita per Parigi, al bacio fremente di passione di Paolo a Saint Germaine des pres, col sapore delle ostriche ancora nella bocca, la sera che ci siamo detti il nostro amore… Che giorno è oggi? 13 novembre 2015, l’ultimo giorno della mia breve, bellissima vita, l’ultimo giorno di felicità. Poi il buio, le gambe che non mi reggono, il gelo che mi paralizza, che pervade ogni arteria, ogni lembo di pelle, che spegne ogni sogno, per sempre.


GIOVANNA NOSARTI, originaria di Ostuni, dopo la  laurea in Filosofia ha insegnato con grande passione materie letterarie nelle città di  Ivrea, Bari e infine Roma, dove attualmente vive.  Con i suoi racconti e le sue poesie ha ottenuto numerosi premi¸ tra cui il primo posto del concorso Incrociamo le penne  nel 2017 e il terzo posto nel 2020.
Questo suo racconto nel 2018 ha vinto il Premio di Poesia e Narrativa della Federazione Lavoratori Postali Taranto – Brindisi ed è pubblicato nella raccolta Il gorgoglìo della macchinetta del caffè e altri racconti, Libeccio Editore, 2020. Inoltre con Manni Editore ha pubblicato: Del processo a Zeus, 2021; Soffriggono allegramente i fiaschetti, 2015; Lo strappo nel cielo di carta, 2013.


Nota della Redazione:

La sera del 13 novembre 2015, durante un concerto del gruppo rock americano Eagles of Death Metal, mentre viene eseguito il brano “Kiss the Devil”, il Bataclan diventa teatro di un attacco terroristico sferrato da un gruppo armato collegato all’autoproclamato Stato Islamico, comunemente noto come ISIS, che ha causato 90 vittime. Tra queste anche una giovane studentessa italiana.

Valeria Solesin, 28 anni, originaria di Venezia, dopo la laurea in sociologia a Trento, si era trasferita a Parigi dove viveva da quattro anni insieme al suo fidanzato. Dottoranda in Demografia alla Sorbona, con i suoi studi stava approfondendo il ruolo della donna divisa tra lavoro e famiglia. Un’esistenza votata all’impegno, sia negli studi sia nel volontariato con Emergency.
“Valeria è stata uccisa, insieme a tanti altri giovani, perché rappresentava il futuro dell’Europa, il nostro futuro” (Sergio Mattarella, 2015)

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