Una nuova uscita d’autunno per continuare le esplorazioni di vestigia storiche, di luoghi abbandonati, di testimonianze di un passato più o meno remoto, pregne di significato e di significanza, in grado di raccontare vicende umane individuali e collettive, più o meno conosciute, più o meno nascoste, sempre insieme con gli amici di Fotoforum – Attimi nel tempo.

Il luogo

Siamo nel territorio chiamato Agro Falisco, nel cuore dell’Alto Lazio, tra Roma e la Tuscia Viterbese. Lasciata nei pressi di Formello la campagna romana, leggermente ondulata, con pascoli, boschi e seminativi, ci  si addentra nel paesaggio dei Colli Cimini, con vigneti, oliveti e noccioleti impiantati su pianori tufacei solcati da suggestive forre, cioè dalle profonde valli scavate nel plateau vulcanico dai corsi d’acqua. Fra queste, la forra del Rio Maggiore rappresenta uno dei contesti naturalistici più belli e caratteristici della zona, una vera e propria meraviglia della natura, frutto di un processo geologico durato millenni.
In questo ambiente, l’uomo si è inserito sin dalla preistoria, e nell’antichità queste terre furono abitate dai Falisci che hanno lasciato significative testimonianze della loro civiltà. L’escursione odierna si svolge tra i territori dei Comuni di Nepi e Civita Castellana, dove si trova il  complesso archeologico della necropoli di Falerii Novi, che presenta ampi tratti della Via Amerina perfettamente conservati e più di un centinaio di tombe di varia tipologia ricavate lungo le pareti tufacee del suo percorso, nonché la spettacolare tagliata Fantibassi.

Chi erano i Falisci

Antico popolo italico insediato fin dal X secolo a.C. nell’Etruria Meridionale, in una regione chiamata dai Romani l’Ager Faliscus, fra i Monti Cimini e la riva destra del  Tevere; viveva in villaggi arroccati sui pianori tufacei dominanti le vallate ed era dedito all’agricoltura avvalendosi di ingegnosi sistemi di bonifica e drenaggio. La città capoluogo era Falerii, corrispondente alla moderna Civita Castellana; altri centri minori corrispondevano agli attuali abitati di Nepi, Corchiano, Vignanello.
Si dovettero difendere dall’espansionismo di Roma, alleandosi con gli Etruschi. Capitolarono nel 241 a.C., quando i Romani, dopo averli battuti in combattimenti che costarono la vita di circa 15.000 Falisci, rasero al suolo la città di Falerii, arroccata su uno sperone di tufo, e la ricostruirono come Falerii Novi, su un territorio pianeggiante meno difendibile, e quindi più facilmente controllabile, popolandola con i superstiti. Dopo questo episodio i Falisci cessarono di avere una propria storia distinta da quella romana.
Sul piano culturale subirono l’influsso di Etruschi e Latini; della loro cultura ci sono pervenute vestigia archeologiche, in particolare diverse necropoli, un centinaio di iscrizioni nel loro alfabeto, alcuni reperti in metallo e in ceramica.

L’importanza storica della Via Amerina

In epoca romana

La via Amerina fu aperta nel 241-240 a.C. unendo tracciati locali ancora più antichi che collegavano Veio con Ameria (l’attuale Amelia) ed è strettamente legata agli avvenimenti, successivi alla distruzione della città di Falerii, che segnarono la romanizzazione del territorio occupato dai Falisci. Essa attraversava tutto l’Ager Faliscus, toccava tutti i suoi principali centri ed era la strada più diretta per raggiungere l’Umbria da Roma, con un percorso di 56 miglia romane, poco più di 80 km.
Dall’epoca imperiale in poi, per l’intensificarsi del traffico, sia commerciale che di truppe militari, l’intero percorso, che durante l’epoca repubblicana era in terra battuta, fu lastricato con i caratteristici blocchi di basalto e le asperità territoriali superate con poderosi ponti e tagliate nel tufo, accorciando in tal modo i tempi di percorrenza da e per il centro Italia.

Dal Medioevo al Sacco di Roma

La Via Amerina ebbe un ruolo centrale anche durante le invasioni barbariche tra il V e il X secolo d.C., in particolare quando, dopo il 572, i Longobardi invasero la penisola e i possedimenti Bizantini si vennero a trovare nel mezzo di regioni occupate dai longobardi ed erano collegati tra loro solo da uno stretto lembo di territorio posto proprio lungo la via Amerina, che quindi costituiva l’unico ponte rimasto tra Roma e l’Esarcato di Ravenna: da qui il nome di “Corridoio Bizantino”.
Dopo la sottomissione dei longobardi a opera di Carlo Magno, nel 774, l’importanza strategica della via Amerina venne a cadere; tuttavia nei secoli successivi continuò ad essere utilizzata prima dai saraceni per le loro scorrerie nei  territori dell’Italia centrale e dagli imperatori germanici che si recavano a Roma per essere incoronati, poi dalle frotte di pellegrini diretti alla Città Santa, soprattutto dopo l’istituzione del Giubileo, e dagli eserciti di vari imperatori e dalle numerose compagnie di ventura che presero parte agli eventi storici del XIV e XV secolo; da ultimi vi passarono i Lanzichenecchi di Carlo V di ritorno dal Sacco di Roma del 1527. La fine della funzionalità della via Amerina va imputata ai ripetuti crolli (naturali o voluti, per diritti di dazio su altre strade) del ponte di Orte che dopo la prima metà del 1500 non venne più ricostruito.

La Via Amerina e il Cavo degli Zucchi

Superato il Ponte Romano sul Fosso Tre Ponti, la strada procede lungo il tracciato della antica Via Amerina, e attraversa una serie di necropoli falische con numerose tombe di varia tipologia (tombe a camera, a portico, loculi, nicchie, colombari, fosse ) scavate a mano lungo le pareti della tagliata tufacea.
Nella prima parte di questo sentiero ombreggiato si aprono sia a destra che a sinistra delle tombe a camera, alcune delle quali presentano ancora tracce di colori ed evidenti segni dei saccheggi che hanno asportato le pitture parietali.
Più avanti, ecco un lungo tratto della Via Amerina perfettamente conservato con l’antica pavimentazione a lastre di basalto, ben inserite nel terreno, con evidenti solcature prodotte dall’usura derivante dal passaggio delle ruote dei carri; ai lati, prima dell’ampio marciapiede, le pietre, ugualmente in basalto, che delimitano la strada.
Il posto, conosciuto come Cavo degli Zucchi, è la più grande necropoli falisca esistente con la presenza di quasi 200 tombe, che abbracciano tutte le epoche e i vari  insediamenti succedutisi nel tempo: ci sono le tombe scavate dai Falisci, quelle di chiara derivazione etrusca, le sepolture romane, e poi giù fino all’età medioevale. Un luogo suggestivo, pieno di fascino e mistero.
Poco lontano, nella valle dei principi, le monumentali e bellissime sepolture a portico (dette tombe del Re e della Regina), con fregi identificativi delle ricche famiglie proprietarie e dagli interessanti particolari architettonici.
La Via Amerina poi si perde tra gli alberi e, scendendo a destra sul sentiero che costeggia il Rio Maggiore, ci si dirige verso la Tagliata Fantibassi, prestando attenzione al guado, costituito da un ponte fatto con un tronco d’albero.

La Tagliata (o Via Cava) Fantibassi

Le tagliate o cave buie sono dei percorsi lunghi, stretti e profondi scavati nel tufo (talora con pareti alte anche 20 metri), dai Falisci e dagli Etruschi. La lunghezza media è di circa 300 metri, anche se vi sono “tagliate” ben più lunghe. Percorrendo queste Vie Cave si rimane sconcertati non solo dalle ciclopiche dimensioni ma anche dal pensare come, molti secoli fa, senza alcun macchinario, l’uomo sia riuscito a costruire opere di tale grandezza e sembra veramente impossibile che tutto ciò sia il frutto di un lavoro manuale effettuato intorno al IV sec.a.C..
Varie sono le ipotesi sul perché furono scavate queste strette, anguste e pittoresche strade, ma la più accreditata è che siano state realizzate per collegare le necropoli, poste fuori il centro abitato, con centri di culto religiosi. Molto più tardi furono utilizzate a scopo difensivo, onde permettere alle persone di spostarsi senza essere individuate. In epoca medioevale furono usate semplicemente come vie di comunicazione.


La cava buia Fantibassi rappresenta uno dei maggiori esempi di queste opere di antica ingegneria stradale: è una spettacolare tagliata, un ciclopico corridoio che si snoda serpeggiando per circa 190 metri tra due vertiginose pareti  alte dai 10 ai 14 metri, che dalla spianata sovrastante permetteva a una strada falisca di superare agevolmente il profondo solco della forra. La strada si presenta larga dai tre ai quattro metri circa, con una pendenza media del 15%. Nel suo corso centrale, dove il fondo stradale non è ancora interrato dai detriti, si mostra divisa in un passo più approfondito e segnato dai solchi lasciati dalle ruote dei carri, e un passo più alto con funzione di marciapiede. La caratteristica di questa via cava è la presenza di una grande quantità di segni, lettere alfabetiche ed iscrizioni incise sulle pareti , come quella della foto sottostante.

Come raggiungere la zona archeologica

Da Nepi, imboccare la SS 311 Nepesina, in direzione Civita Castellana; dopo pochi chilometri in località San Lorenzo II sulla sinistra inizia una strada sterrata, dove c’è un cartello che indica la via Amerina. Si può lasciare l’auto in un ampio parcheggio che si trova sulla destra circa 200 mt dopo l’inizio della sterrata.
Presa la sterrata, dopo poche decine di metri, all’altezza di alcune abitazioni, si procede sulla sinistra e in pochi minuti si arriva al Ponte Romano sul Fosso Tre Ponti.

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